Viviamo in media quarant'anni in più rispetto ai nostri antenati dell’Ottocento, ma il 50% della popolazione mondiale convive con una malattia cronica. Inoltre, obesità, diabete e malattie cardiovascolari compaiono sempre più precocemente. È il paradosso della longevità moderna: abbiamo guadagnato decenni di vita senza guadagnarne altrettanti di salute. Da questa contraddizione è partita la sessione Cardiopulmonary Health: A Lifespan Perspective, che si è svolta giovedì 21 maggio nel corso del Milan Longevity Summit. Un tentativo di inquadrare ciò che serve davvero per invecchiare bene.
Il cambio di paradigma: dalla diagnosi alla prevenzione
La sessione è stata aperta dal professor Peter Lansberg del University Medical Center di Groningen, nei Paesi Bassi, con una riflessione sull’evoluzione storica della medicina. Per secoli la professione è stata una pratica quasi esoterica: il sapere non si condivideva, ma si custodiva in segreto; la medicina si basava più sull’autorità che sulle evidenze scientifiche. Poi, nei secoli, sono arrivate l'anatomia, la fisiologia, e oggi viviamo il periodo della biologia: genomica, imaging avanzato, intelligenza artificiale, big data. La medicina è diventata sempre più scientifica, orientata alla misurazione dei risultati clinici, all’analisi delle malattie e alla raccolta sistematica dei dati. Ma soprattutto, per la prima volta nella storia, l'obiettivo non è più diagnosticare una malattia già presente, ma prevenirla.
Secondo Lansberg siamo entrati nell’era della “Medicina delle 5P”: Predittiva, Preventiva, Personalizzata, Partecipativa e Proattiva. Non si tratta di curare una malattia, ma di preservare la salute il più a lungo possibile. Un cambio di prospettiva radicale, che implica un ripensamento profondo di come e quando intervenire.
L'esempio più concreto portato da Lansberg riguarda l'ipercolesterolemia familiare (FH), malattia genetica caratterizzata da livelli estremamente elevati di colesterolo LDL fin dall’infanzia. È una condizione che colpisce circa 1 persona su 230 nel mondo e che aumenta drasticamente il rischio di malattia coronarica e morte cardiovascolare precoce. I Paesi Bassi hanno costruito un modello di screening nazionale che parte da un singolo paziente diagnosticato e si espande a cascata su tutta la famiglia, utilizzando test del DNA e sistemi ICT per costruire alberi genealogici e incrociare i dati clinici. Lo screening precoce permette di iniziare tempestivamente le terapie, ridurre gli eventi cardiovascolari e rallentare la progressione dell’aterosclerosi.
I pazienti con FH trattati con statine prima dei 55 anni hanno una sopravvivenza significativamente migliore. E i dati sulla terapia nei bambini in età precoce sono ancora più netti. Del resto, i primi segni di arteriosclerosi si possono rilevare già a 2-3 anni di vita, con la comparsa di strie lipidiche nelle coronarie. Aspettare non è una strategia, come ha sottolineato Lansberg: “Non aspettiamo di avere una carie grave per andare dal dentista. La stessa logica deve valere per il cuore”.
Dislipidemia: il colesterolo come marcatore di invecchiamento
Il professor Ivan Pecin dell'Università di Zagabria, in Croazia, si è concentrato sulla salute metabolica come elemento centrale dell’invecchiamento biologico. In particolare, ha allargato la prospettiva sulla dislipidemia, inquadrandola non solo come fattore di rischio cardiovascolare ma come vero e proprio marcatore dell'invecchiamento biologico vascolare. Secondo Pecin, obesità, insulino-resistenza e infiammazione cronica rappresentano il terreno comune di molte patologie legate all’età.
Analizzando le blue zones, aree geografiche dove si concentra la maggiore densità di centenari, accanto alle caratteristiche già note – dieta, socialità e movimento – si osserva che tutte condividono un profilo di invecchiamento vascolare rallentato e una migliore salute metabolica.
Resta fondamentale ricorrere a un’alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, buona qualità del sonno, riduzione dello stress e prevenzione precoce.
L'exposoma: tutto ciò che non sappiamo ancora
Il professor Arrigo Cicero dell'Università di Bologna ha affrontato i nuovi fattori di rischio cardiovascolare. La prevenzione cardiovascolare classica – che consiste in identificare i fattori di rischio noti (colesterolo, ipertensione, diabete e fumo), stratificarli e trattarli – è uno strumento utile ma insufficiente. Secondo Cicero, il rischio cardiovascolare è troppo complesso per essere catturato da un punteggio di rischio, per quanto raffinato.
Il concetto chiave introdotto è quello di exposome, “esposoma”, l'insieme di tutte le esposizioni ambientali e comportamentali che un individuo accumula nel corso della vita e che influenzano la sua biologia. Microplastiche, inquinamento atmosferico, cibi ultraprocessati, stress cronico, livelli elevati di acido urico, carenza di vitamina D, alterazioni del sonno: sono tutti fattori che gli studi più recenti associano a un aumento della mortalità cardiovascolare, fattori che nessun calcolatore del rischio convenzionale considera.
Il polmone che invecchia: un organo spesso dimenticato
L’intervento finale del professor Francesco Blasi dell'Università di Milano è stato dedicato all’invecchiamento del polmone, organo centrale per la longevità ma spesso sottovalutato nel discorso sulla prevenzione cardiovascolare. Con l'età, i polmoni invecchiano perdendo massa muscolare, elasticità e capacità volumetrica. Le cellule epiteliali alveolari si riducono, i macrofagi alveolari calano, le cellule ciliate si deteriorano. A livello cellulare si accumulano senescenza, disfunzione mitocondriale e stress ossidativo, con un aumento progressivo dell'infiammazione sistemica.
Fumo di sigaretta e stress ossidativo restano i principali acceleratori dell'invecchiamento polmonare. Ma Blasi ha citato anche il ruolo emergente del microbioma polmonare e ha ricordato che anche le sigarette elettroniche sono associate a danno cellulare polmonare. Le raccomandazioni rimangono quelle che la scienza ripete da decenni: non fumare, fare attività fisica regolare, vaccinarsi e sottoporsi agli screening previsti.
Prevenire invece di curare, intervenire prima e non rincorrere. È questo il vero salto che la medicina del ventunesimo secolo è chiamata a compiere.