Il rischio di trasformare gli ospedali in “catene di montaggio”, con visite sempre più rapide per aumentare il numero delle prestazioni e abbattere artificialmente le liste d’attesa. È l’allarme lanciato dalla Federazione Cimo-Fesmed, che punta il dito contro alcune strategie adottate dalle Regioni e contro quella che definisce la “demonizzazione” dell’intramoenia. Secondo il sindacato dei medici, dietro i dati sulla riduzione dei tempi di attesa si nasconderebbe in molti casi una pressione crescente sui professionisti sanitari. “I medici non sono improvvisamente raddoppiati, gli ospedali non si sono magicamente riempiti di personale e i concorsi continuano troppo spesso ad andare deserti”, sottolinea la federazione.
Le segnalazioni raccolte da Cimo-Fesmed arrivano da diverse realtà territoriali. A Trento e in alcune aziende sanitarie umbre, sostiene il sindacato, per aumentare il numero delle prestazioni si starebbero comprimendo i tempi delle visite e delle procedure, riducendo lo spazio dedicato all’ascolto e alla valutazione clinica dei pazienti. “Va benissimo cercare in tutti i modi di abbattere le liste d’attesa, ma non può diventare una gara a chi visita più pazienti nel minor tempo possibile, sacrificando sicurezza delle cure e autonomia professionale”, afferma Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed. “L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire”. Nel mirino del sindacato torna anche la gestione dell’intramoenia, spesso indicata nel dibattito pubblico come una delle cause delle liste d’attesa. Per Cimo-Fesmed, invece, l’attività libero-professionale intramuraria rappresenterebbe “una parte della soluzione e non il problema”, consentendo al sistema pubblico di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato.
La federazione ricorda inoltre che solo una quota della tariffa pagata dal paziente resta al medico, mentre una parte confluisce nei fondi aziendali destinati proprio all’abbattimento delle liste d’attesa. Tra gli esempi citati, la Sicilia, dove il rapporto tra attività istituzionale e intramoenia verrebbe calcolato considerando soltanto l’attività ambulatoriale e non quella complessiva. Una modalità che, secondo il sindacato, finirebbe per limitare in maniera eccessiva l’autonomia professionale dei medici. Critiche anche all’ospedale Galliera di Genova, dove – denuncia Cimo-Fesmed – si tenterebbe di attribuire ai costi dell’intramoenia una quota dell’indennità di esclusività, già finanziata dallo Stato e non collegata alla libera professione. In Umbria, invece, è stata bloccata l’Alpi allargata, cioè l’attività svolta negli studi esterni convenzionati. Una scelta che, secondo il sindacato, avrebbe creato disagi anche per pazienti che avevano già prenotato le prestazioni. Situazione complessa anche in Trentino, dove sono stati stanziati 700mila euro per consentire ai cittadini di accedere a prestazioni in intramoenia pagando soltanto il ticket. Tuttavia, denuncia la federazione, il meccanismo sarebbe rallentato dalla carenza di personale infermieristico e da procedure amministrative complesse. Per Cimo-Fesmed il vero nodo resta però strutturale. “Finché non si interverrà sull’appropriatezza delle richieste, sul rafforzamento della sanità territoriale e sull’aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta”, conclude Quici.