Un lavoratore viene licenziato con l’addebito di aver simulato una patologia ansioso-depressiva per sottrarsi a nuove mansioni non gradite. La controversia ruota attorno alla validità della certificazione emessa dal medico curante, contestata dal datore di lavoro sulla base di investigazioni private e sulla mancata effettuazione di visite specialistiche o acquisto di farmaci da parte del dipendente. I profili di diritto emergenti riguardano il rigore del ragionamento presuntivo nel licenziamento disciplinare, l’efficacia probatoria dell’atto medico rispetto a indizi esterni ed il limite del potere del giudice di sindacare una diagnosi clinica senza il supporto di accertamenti medico-legali tecnici. La questione centrale è se la contrarietà alle mansioni possa, da sola o con indizi privi di natura scientifica, scardinare una certificazione medica regolarmente rilasciata. (avv. Ennio Grassini - www.dirittosanitario.net)