Il ritardo diagnostico dell’esofagite eosinofila può arrivare fino a dieci anni. Lo segnala la Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) durante il XXXII Congresso nazionale delle Malattie Digestive promosso da FISMAD, in corso a Roma dal 16 al 18 aprile.
Le malattie gastrointestinali eosinofile (EGID) sono patologie infiammatorie croniche caratterizzate da accumulo anomalo di eosinofili nel tratto digerente. Quando coinvolgono stomaco e intestino restano condizioni rare, mentre l’esofagite eosinofila, secondo la SIGE, non può più essere considerata una malattia rara.
“Il principale bisogno non soddisfatto rimane il ritardo diagnostico, che spesso oscilla tra i tre e i dieci anni”, ha dichiarato Nicola De Bortoli, direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Digerente dell’Università di Pisa.
Secondo il professore, il ritardo dipende dalla natura aspecifica dei sintomi, spesso confusi con reflusso gastroesofageo o dispepsia, e dalla ridotta consapevolezza clinica. Attualmente diagnosi e monitoraggio richiedono biopsie multiple eseguite durante endoscopia.
La SIGE cita una prevalenza stimata dell’esofagite eosinofila pari a 142,5 casi ogni 100 mila persone nel 2022.
Negli adulti prevalgono disfagia e impatto del bolo alimentare. Nei bambini, invece, possono comparire rifiuto del cibo e scarso accrescimento. La società scientifica segnala anche possibili comportamenti adattativi, come bere molto durante i pasti o evitare alcuni alimenti.
Sul piano terapeutico, il comunicato indica corticosteroidi topici deglutiti, dupilumab recentemente approvato per l’esofagite eosinofila, inibitori di pompa protonica in presenza di sintomi acido-correlati, diete di eliminazione e dilatazione endoscopica nelle complicanze fibrostenotiche.
La ricerca, conclude la SIGE, si sta orientando verso una maggiore personalizzazione delle cure e verso strumenti di monitoraggio meno invasivi, come string test o spugna esofagea, non ancora raccomandati nella pratica clinica.