L’intelligenza artificiale applicata alla documentazione clinica può ridurre il carico burocratico dei professionisti, ma sulla qualità delle note mediche il confronto con gli operatori umani resta aperto. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, che ha confrontato referti generati da strumenti di ambient AI con note prodotte da esseri umani in cinque casi standardizzati di cure primarie.
La ricerca, condotta nel sistema sanitario dei veterani statunitensi (Veterans Health Administration), ha valutato 11 strumenti di AI scribe, 18 compilatori umani e 30 valutatori indipendenti. Le note cliniche sono state giudicate con il modified Physician Documentation Quality Instrument (PDQI-9), scala che misura dieci domini qualitativi con punteggio massimo di 50.
Nel complesso, le note redatte da operatori umani hanno ottenuto punteggi superiori rispetto a quelle generate dall’intelligenza artificiale in tutti i cinque scenari esaminati.
La differenza più ampia è emersa nel caso di un paziente con lombalgia acuta in presenza di rumore ambientale: il punteggio medio è stato di 43,8 per le note umane contro 20,3 per quelle prodotte dall’AI.
Risultati favorevoli agli operatori umani sono stati osservati anche in un caso di dolore toracico (42,2 contro 34,8) e in una visita con infermiere case manager per paziente con scompenso cardiaco (38,4 contro 32,8).
Nell’analisi complessiva dei domini qualitativi, l’AI ha ottenuto risultati inferiori soprattutto per completezza, organizzazione e utilità clinica. Differenze minori sono emerse anche nei parametri relativi all’assenza di bias e di contenuti non accurati.
Secondo gli autori, gli strumenti di ambient AI restano promettenti per alleggerire il carico documentale dei clinici, ma servono valutazioni indipendenti e continue della qualità prima di un’adozione su larga scala.
Tra i limiti dello studio vengono indicati l’uso di casi simulati e il fatto che le note umane non siano state prodotte sotto i vincoli di tempo tipici della pratica quotidiana. Resta inoltre aperto il tema del possibile equilibrio tra qualità documentale e riduzione del burnout professionale.