Per la prima volta dopo due decenni di peggioramento, le liste d’attesa nel Servizio sanitario nazionale mostrano segnali concreti di inversione di tendenza. È quanto afferma il ministro della Salute Orazio Schillaci in un’intervista a “La Stampa”, anticipando dati della piattaforma nazionale di Agenas che saranno resi pubblici a maggio. L’analisi, basata su 50 milioni di prenotazioni, evidenzia un miglioramento nel rispetto dei tempi di erogazione: nel confronto tra il primo bimestre 2025 e quello del 2026, le prestazioni diagnostiche erogate entro i limiti di legge sono cresciute fino all’87,2%, mentre le visite specialistiche hanno raggiunto l’80,9%. Un incremento rispettivamente di quasi due e tre punti percentuali che, secondo il ministro, “rappresenta un’inversione di tendenza”.
Schillaci sottolinea anche il superamento di pratiche distorsive che in passato alteravano i dati, come agende chiuse artificialmente o il cosiddetto “galleggiamento”, che faceva partire il conteggio dei tempi non dalla prima richiesta del paziente. Si tratta, precisa, di “numeri reali, non aneddoti”, sui quali saranno mantenuti controlli rigorosi. I miglioramenti emergono anche da esperienze territoriali: dalla Asl di Caserta, con tempi medi di 4 giorni per una Tac torace in classe B, alle Marche con visite cardiologiche entro 6 giorni, fino alla Toscana, dove le visite oculistiche vengono garantite in pochi giorni. A livello di sistema, oltre mille ospedali hanno migliorato le performance di almeno il 20% su base annua. Risultati che, secondo il ministro, dimostrano che “il decreto legge 73 funziona dove viene applicato”. Tuttavia, il quadro resta disomogeneo e ancora critico su alcuni fronti. Circa il 20% delle prestazioni urgenti non viene erogato nei tempi previsti, segno che persistono nodi strutturali. Tra questi, uno dei più rilevanti è l’eccesso di prescrizioni inappropriate: in Italia, circa una prestazione su cinque tra visite ed esami risulta non necessaria.
Un fenomeno che ha un impatto significativo sia clinico sia economico. L’inappropriatezza prescrittiva, spesso legata a medicina difensiva e a carenze nei percorsi territoriali, vale infatti circa 20 miliardi di euro l’anno. “Non basta aumentare l’offerta se il problema ha radici strutturali: se una regione somma 888 prescrizioni ogni mille abitanti e un’altra supera quota 1.500, la forbice racconta da sola quanto le prestazioni non necessarie ingolfino il sistema”, afferma Schillaci. Per affrontare il problema, il Ministero, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, sta pubblicando linee guida sulle 20 prestazioni più richieste, con l’obiettivo di orientare i medici verso una prescrizione più appropriata. “Uno strumento concreto per ridurre gli esami inutili e liberare risorse per chi ne ha davvero bisogno”, sottolinea il ministro. La risposta, però, non può limitarsi a questo. “Serve lavorare sui percorsi di cura e sulla presa in carico dei pazienti cronici e fragili”, evidenzia Schillaci, indicando la necessità di superare il passaggio dal Cup per le visite di controllo, che dovrebbero essere programmate direttamente dai centri che hanno in carico il paziente.
La strategia passa anche attraverso il rafforzamento dell’assistenza territoriale e la piena operatività delle Case di comunità, ancora lontane dalla piena attuazione. “Mi auguro che con uno scatto al photo finish le Regioni diano ora attuazione”, afferma il ministro, richiamando la necessità di accordi locali e di una maggiore integrazione tra medici di medicina generale e specialisti. Infine, un ruolo chiave è attribuito alla digitalizzazione: dal Fascicolo sanitario elettronico, utile per evitare duplicazioni di esami, fino alle piattaforme basate su intelligenza artificiale come Mia di Agenas, attualmente in sperimentazione, che supporteranno i medici nelle scelte prescrittive. La sfida, conclude Schillaci, è duplice: consolidare i segnali di miglioramento nelle liste d’attesa e ridurre l’inappropriatezza che continua a congestionare il sistema.