Dai focolai di meningite nel Regno Unito ai casi di epatite A tra Campania e Lazio, la circolazione recente di infezioni diverse ma accomunate da dinamiche simili riporta al centro un nodo strutturale: la tenuta dei sistemi di prevenzione. Non si tratta di eventi imprevedibili, ma di veri e propri “segnali da non ignorare”, che mettono in luce criticità già note. A fare il punto a Doctor33 è Enrico Di Rosa, presidente della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI). “La prevenzione, soprattutto quella vaccinale, è spesso vittima del proprio successo”, osserva Di Rosa. “Quando la protezione garantita dai vaccini riduce la percezione del rischio, cala anche l’adesione e l’attenzione. È in quel momento che le malattie infettive tornano a riaffacciarsi”. Un meccanismo già visto negli ultimi anni con morbillo e pertosse, e che oggi si ripropone con nuovi episodi.
Il punto, sottolinea, è mantenere costante la vigilanza: “L’attenzione verso i servizi di prevenzione e la sorveglianza delle malattie infettive deve restare sempre alta. Servono risorse adeguate, sia in termini di personale sia di tecnologie, per garantire un monitoraggio continuo”. Il recente focolaio di meningite B nel sud dell’Inghilterra, pur in fase di rientro, ha colpito per dimensioni e rapidità di diffusione. “La meningite è una malattia grave, con circa 2mila casi l’anno in Europa e una quota non trascurabile di esiti severi, fino alla morte”, ricorda Di Rosa. Si tratta generalmente di episodi circoscritti, spesso limitati a piccoli cluster. “In questi casi la macchina della prevenzione si attiva rapidamente anche in Italia: profilassi sui contatti, campagne vaccinali mirate, interventi nelle comunità più esposte, come quelle scolastiche”. Ciò che rende peculiare l’episodio britannico è “il numero di casi concentrati in un arco temporale ristretto, una situazione insolita e per questo preoccupante”. Tuttavia, secondo Di Rosa, il modello di risposta è replicabile: “Anche nel nostro Paese i Dipartimenti di prevenzione hanno dimostrato in passato, ad esempio in Veneto e Toscana, di saper gestire efficacemente situazioni analoghe, con interventi tempestivi e appropriati”.
Diversa ma altrettanto significativa la situazione dell’epatite A, con un focolaio partito dalla Campania e casi segnalati anche nel Lazio. La trasmissione, verosimilmente alimentare, riporta l’attenzione sull’integrazione tra sorveglianza epidemiologica, controlli ambientali e sicurezza della filiera. “Questa epidemia può essere letta anche come un test del sistema”, spiega Di Rosa. “Sulla carta, la rete di sorveglianza – dai casi clinici ai campionamenti ambientali e alimentari – dovrebbe essere in grado di individuare precocemente le criticità e attivare le allerte”. La valutazione dell’efficacia degli interventi, però, richiede tempo. “L’epatite A ha un periodo di incubazione che può superare il mese. I casi che osserviamo oggi sono legati a esposizioni avvenute settimane fa. Sarà l’andamento della curva epidemica a dirci se le misure adottate sono state tempestive e sufficienti a contenere il fenomeno”.
Al di là dei singoli episodi, il messaggio è chiaro: le misure di prevenzione non possono essere attivate solo in fase emergenziale. “L’igiene delle mani, l’attenzione alla sicurezza alimentare, l’evitare il consumo di prodotti a rischio come i frutti di mare crudi, ma anche la vaccinazione, devono diventare comportamenti ordinari e stabili”, sottolinea Di Rosa. È qui che si gioca la partita più importante. Perché, conclude, “quando la prevenzione è in ritardo, le infezioni arrivano in anticipo. E ogni volta che abbassiamo la guardia, diamo spazio ai patogeni”.
Anna Capasso