"Il nostro faro deve essere il bene del bambino e di nessun altro. Qualsiasi cosa significhi. E il bene del bambino, purtroppo, potrebbe anche voler dire ammettere che non c’è più nulla da fare: no all’eventuale accanimento terapeutico". È una posizione netta quella espressa da Carlo Pace Napoleone, direttore della Struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e delle cardiopatie congenite dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, tra gli specialisti convocati a Napoli per il maxi consulto sul caso del bambino di due anni sottoposto a trapianto cardiaco lo scorso dicembre. Intervistato, dal ‘Corriere della Sera’, alla vigilia della valutazione clinica, l’esperto invita alla cautela e al rigore scientifico.
Il piccolo, oggi in coma farmacologico e collegato all’Ecmo — il supporto extracorporeo che supplisce alla funzione cardiaca — si trova in una condizione che impone prudenza nelle previsioni. "Un corpo attaccato all’Ecmo può sopravvivere bene anche un paio di settimane. Oltre questo limite è molto difficile che non si sia sviluppata una compromissione di altri organi, soprattutto reni, fegato, polmoni e cervello", osserva. Ciò non significa escludere scenari positivi: "I bambini sono estremamente complessi e la loro capacità di recupero è spesso al di sopra delle aspettative. Oggi, però, è impossibile ipotizzare uno scenario senza aver analizzato personalmente il caso". Proprio per questo, sottolinea, eventuali pareri già espressi non devono condizionare il lavoro del team multidisciplinare. "Il grande lavoro che dobbiamo fare oggi, anche in maniera un po’ cinica, è arrivare a una prognosi neutrale, basata esclusivamente sul quadro clinico che osserveremo, senza farci influenzare dalla singola storia". Anche in presenza di un organo compatibile, aggiunge, la scelta non è automatica: "Non è scontato che il candidato giusto a riceverlo sia il piccolo. A decidere è la probabilità di sopravvivenza e di guarigione tra i vari malati in attesa di trapianto".
Sul piano delle alternative, Pace Napoleone ridimensiona l’ipotesi del cosiddetto cuore artificiale. "Il termine non è corretto. Si tratta di un sistema di assistenza ventricolare chiamato Berlin Heart. È un’ipotesi, ma comporta rischi collaterali molto seri", in particolare infezioni e complicazioni legate alla terapia anticoagulante permanente. Dispositivi di questo tipo vengono utilizzati, spiega, ma in pazienti con condizioni cliniche meno compromesse. L’esperto non nasconde la complessità del passaggio decisionale che attende il gruppo di lavoro. "In ogni caso ci troveremo di fronte a una decisione difficile. Dobbiamo cercare di non lasciarci coinvolgere emotivamente, guardare le cose dall’esterno, anche visto il grande coinvolgimento mediatico". E sul primo intervento, eseguito a dicembre, difende la scelta clinica compiuta in quel momento: "Sì, avrei eseguito il trapianto. Il danno al cuore è stato scoperto solo dopo l’apertura del contenitore. Inoltre, la letteratura riporta casi di cuori che non battono ma che, una volta trapiantati, riprendono a funzionare. In questo caso è andata male, ma possiamo dirlo soltanto a posteriori: perché qualcuno ha tentato".