A diciotto mesi dalla conversione in legge del DL Liste d’attesa (DL 73/2024) non si registrano benefici concreti per cittadini e pazienti. È quanto emerge dal monitoraggio della Fondazione Gimbe, che ha condotto la terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma e il primo monitoraggio dei dati 2025 della Piattaforma nazionale delle liste di attesa (PNLA).
«Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali – afferma Nino Cartabellotta – il Decreto Legge sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto per cittadini e pazienti». A diciotto mesi dalla conversione in legge, risultano infatti pubblicati solo quattro dei sei decreti attuativi previsti. Restano ancora non adottati quelli relativi alla definizione della metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e alle linee di indirizzo nazionali per la gestione delle disdette e l’ottimizzazione delle agende CUP.
Secondo Gimbe, i ritardi normativi si intrecciano con quelli tecnologici. La PNLA, lanciata nel giugno 2025, raccoglie i dati su quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025 – 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici – ma la versione pubblica della piattaforma riporta solo dati aggregati nazionali. «La piattaforma – sottolinea Cartabellotta – non consente di individuare in quali Regioni e strutture si concentrano i maggiori ritardi, per quali prestazioni e per quali classi di priorità».
Nel comunicato viene ricostruita anche la sequenza di annunci istituzionali sullo sviluppo della piattaforma, dal “cruscotto nazionale” promesso per febbraio 2025 alla definizione di sistema “operativo” nel maggio dello stesso anno. Nei fatti, osserva Gimbe, la PNLA resta in una fase iniziale e utilizza indicatori tecnici – mediane e quartili – giudicati «incomprensibili e fuorvianti», che escludono il 25% delle prenotazioni con i tempi di attesa più lunghi e non permettono di verificare se i diritti dei cittadini siano rispettati.
L’analisi entra nel dettaglio di alcune prestazioni ad alto volume. Per la prima visita oculistica, nelle priorità brevi e differibili una quota rilevante di pazienti attende oltre i tempi massimi previsti, con attese che in alcuni periodi arrivano a quattro-cinque mesi. Criticità analoghe emergono per l’ecografia dell’addome completo. «Esiste una “coda invisibile” – osserva Cartabellotta – dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione».
Un altro elemento segnalato riguarda l’inappropriatezza della domanda. Oltre la metà degli esami diagnostici e più di un terzo delle visite specialistiche rientrano nella categoria delle prestazioni programmate, ambito in cui, secondo Gimbe, si concentra una quota significativa di richieste inappropriate. In parallelo, dalla differenza tra volumi complessivi e quelli considerati per il calcolo dei tempi di attesa emerge una stima secondo cui circa il 30% delle prestazioni ad alto volume sarebbe erogato in intramoenia.
La Fondazione sottolinea inoltre che la PNLA non fornisce indicazioni operative ai cittadini su come tutelarsi quando i tempi massimi non vengono rispettati, né su come presentare segnalazioni o reclami. Una lacuna che, secondo GIMBE, contribuisce a limitare l’utilità della piattaforma dal punto di vista dell’accesso alle cure.
«Il duplice ritardo, normativo e tecnologico – conclude Cartabellotta – conferma che il DL Liste d’attesa rischia di restare una promessa mancata». In assenza di interventi strutturali su personale, organizzazione, digitalizzazione e appropriatezza della domanda, milioni di cittadini continuano a pagare di tasca propria o a rinunciare alle prestazioni, con effetti già evidenziati anche dai dati ISTAT sulle rinunce alle cure.