In Italia oltre 6 milioni di persone convivono con l’emicrania, una patologia neurologica ancora largamente sottovalutata e sottodiagnosticata, che colpisce in sette casi su dieci le donne. I tempi di attesa per una prima visita o per gli accertamenti necessari oscillano oggi tra i due e i sei mesi, con ricadute rilevanti sul ritardo diagnostico, sull’accesso alle cure e sul rischio di cronicizzazione. Una criticità che alimenta anche disuguaglianze territoriali e un forte sovraccarico dei centri cefalee. È il quadro tracciato da Fondazione Onda ETS, società scientifiche e associazioni di pazienti, riunite a Roma lo scorso 13 novembre in occasione dell’evento istituzionale “Emicrania: evoluzione dei modelli di presa in carico e cura. Integrazione, innovazione e dialogo per un nuovo paradigma assistenziale”. Secondo gli esperti, l’attuale organizzazione dell’assistenza non è più sostenibile: circa 2,3 milioni di persone soffrono di cefalee croniche e l’iperuso di analgesici riguarda l’1,4% della popolazione generale.
«L’accesso tempestivo alla diagnosi e alle cure è fondamentale per evitare la cronicizzazione degli attacchi – afferma Alessandra Sorrentino, presidente di AL.Ce Alleanza Cefalalgici e Fondazione CIRNA ETS –. I ritardi legati alle liste d’attesa e alle limitazioni nell’accesso ai farmaci anti-CGRP alimentano frustrazione, sconforto e migrazione sanitaria». Da qui la richiesta di percorsi integrati che coinvolgano medici di medicina generale, neurologi del territorio, centri cefalee e specialisti, valorizzando le competenze lungo tutta la filiera assistenziale. Sulla stessa linea Simona Sacco, professoressa ordinaria di Neurologia all’Università dell’Aquila e responsabile della UOC Neurologia della ASL 1 Abruzzo: «L’emicrania è una patologia ad altissima prevalenza e non può essere gestita esclusivamente in ambito ospedaliero. Le liste d’attesa sono troppo lunghe e l’organizzazione attuale non è più adeguata. È necessario rafforzare la presa in carico territoriale, anche alla luce delle nuove terapie anti-CGRP, che hanno semplificato notevolmente la gestione clinica». Le indicazioni raccolte nel documento “Emicrania: evoluzione dei modelli di presa in carico e cura” puntano su alcuni snodi chiave: potenziamento della medicina generale e della neurologia territoriale, accesso più equo e precoce ai farmaci innovativi, riduzione della pressione sui centri cefalee – chiamati a concentrarsi sui casi ad alta complessità – e sviluppo di percorsi multidisciplinari e personalizzati, basati su un approccio bio-psico-sociale. Centrale anche l’attenzione alle specificità di sesso e genere, in particolare nelle diverse fasi della vita della donna.
«I dati epidemiologici e l’impatto sociale dell’emicrania ci dicono chiaramente che non si tratta di un disturbo minore, ma di una patologia cronica ad alta complessità», sottolinea Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda ETS. «Oggi disponiamo di terapie che hanno cambiato radicalmente la cura della malattia, ma senza un’evoluzione dei modelli organizzativi rischiamo di non sfruttarne appieno il potenziale». Un messaggio ribadito anche da Simona Sacco: «Le terapie innovative offrono la migliore combinazione tra efficacia e tollerabilità mai raggiunta. Un accesso più precoce, soprattutto nei pazienti con maggiore burden di malattia, potrebbe prevenire cronicizzazione, forme resistenti e abuso di farmaci. Sarebbe auspicabile superare l’obbligo di ripetuti fallimenti terapeutici prima della rimborsabilità». «Quello sull’emicrania è un impegno continuativo che Fondazione Onda ETS porta avanti dal 2022 – conclude Francesca Merzagora, presidente della Fondazione – con l’obiettivo di tradurre l’evidenza scientifica in modelli organizzativi capaci di migliorare concretamente la qualità della presa in carico e della vita delle persone con emicrania». L’evento è stato organizzato da Fondazione Onda ETS in collaborazione con AL.Ce Alleanza Cefalalgici ETS, con il contributo non condizionante di Teva, e patrocinato da AINAT, ANIRCEF, SIMG e SISC.