La dieta rappresenta uno dei pilastri della prevenzione cardiovascolare, ma la complessità e l’eterogeneità delle evidenze disponibili hanno spesso ostacolato la loro traduzione in raccomandazioni cliniche concrete. Per colmare questo divario, la European Association of Preventive Cardiology e l’Association of Cardiovascular Nursing & Allied Professions hanno pubblicato un documento che sposta l’attenzione dai singoli nutrienti ai modelli alimentari complessivi, fornendo indicazioni pratiche per supportare i professionisti sanitari nella promozione di comportamenti alimentari efficaci.
Il documento si basa su una revisione sistematica della letteratura scientifica disponibile nei principali database internazionali, tra cui PubMed ed Embase, includendo studi pubblicati fino a dicembre 2023. Le evidenze confermano che i modelli alimentari prevalentemente vegetali, caratterizzati da uno scaso consumo di alimenti processati, sono associati alla maggiore riduzione del rischio cardiovascolare.
Tra questi, la Dieta Mediterranea emerge come uno dei pattern più solidamente supportati: ogni incremento di due punti nell’aderenza al modello si associa a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari pari al 10%. Anche la dieta DASH, strutturata per il controllo dell’ipertensione attraverso la riduzione del sodio e il consumo di latticini a basso contenuto di grassi, mostra una riduzione dell’incidenza di CVD di circa il 20%. Le diete vegetariane sono associate a una riduzione del 15% del rischio cardiovascolare complessivo e del 20% della cardiopatia ischemica, mentre le diete vegane non sembrano offrire ulteriori benefici.
Il documento dedica ampio spazio anche al ruolo dei macronutrienti, sottolineando come la qualità delle fonti alimentari sia determinante. Le diete a basso contenuto di carboidrati basate su fonti vegetali risultano associate a effetti protettivi, mentre quelle fondate su proteine e grassi di origine animale sono correlate a un aumento della mortalità. Le diete chetogeniche, pur mostrando benefici a breve termine sul controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2, sono associate a un incremento del colesterolo LDL e, su larga scala, a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari aterosclerotici.
Un ulteriore elemento considerato è il timing dei pasti. Il salto della colazione risulta significativamente associato a un aumento dei rischi cardiovascolari, mentre una distribuzione più equilibrata nell’arco della giornata e l’evitare pasti serali tardivi si associano a un miglior profilo. Per quanto riguarda le bevande, un consumo moderato di caffè è correlato alla minore mortalità per cause cardiovascolari. Il consumo di alcol mostra invece una relazione a “J”, con un potenziale effetto protettivo sulla cardiopatia ischemica a basse dosi, a fronte di un aumento lineare del rischio di ictus emorragico e fibrillazione atriale.
Sul fronte della supplementazione, gli esperti ribadiscono che non esistono evidenze a supporto dell’uso preventivo di vitamine o multivitaminici nella popolazione generale, e che l’eccesso di vitamina A può risultare dannoso. L’unica eccezione rilevante è rappresentata dall’acido folico, la cui supplementazione è associata a una riduzione del rischio di ictus di circa il 10%. Maggiore attenzione viene invece riservata ai composti bioattivi naturalmente presenti negli alimenti: l’assunzione di 2 g al giorno di fitosteroli è in grado di ridurre il colesterolo LDL dell’8–10%, mentre flavonoidi e lignani mostrano effetti favorevoli sulla funzione endoteliale e sulla pressione arteriosa.
Dall’insieme delle evidenze emergono 5 indicazioni operative di immediata applicabilità nella pratica clinica. La prima, forse più nota, è quella di incrementare il consumo di verdura, frutta e legumi. In secondo luogo, si raccomanda di privilegiare i cereali integrali rispetto a quelli raffinati. Terzo punto riguarda i lipidi, è opportuno favorire le fonti di grassi insaturi, quali olio d’oliva e frutta a guscio, limitando l’assunzione di grassi saturi, tipicamente presenti in alcuni alimenti di origine animale e in numerosi prodotti trasformati. Il quarto punto riguarda la riduzione del consumo di alimenti ultra-processati e confezionati, piatti pronti e bevande zuccherate, caratterizzati da un’elevata densità calorica e scarsa qualità nutrizionale.
Quinto punto, ma non per ordine di importanza, è contenere l’apporto di sodio, misura associata a benefici sia in termini di prevenzione cardiovascolare sia di controllo pressorio, promuovendo l’impiego di spezie ed erbe aromatiche come alternative al sale.
L’importanza clinica del documento risiede nella sua capacità di fornire ai medici e agli altri professionisti sanitari uno strumento basato sulle evidenze per integrare in modo sistematico la valutazione dietetica nella pratica ambulatoriale. La prevenzione cardiovascolare moderna, sottolineano gli esperti, non può prescindere da una “prescrizione nutrizionale” strutturata, che tenga conto non solo della qualità degli alimenti, ma anche delle modalità e dei tempi di assunzione. Allo stesso tempo, viene evidenziata la necessità di evitare la prescrizione indiscriminata di integratori a scopo preventivo e di non considerare la dieta vegana come intrinsecamente superiore rispetto ad altri modelli alimentari meno restrittivi.
In conclusione, il documento richiama l’attenzione sulla complessità del cambiamento comportamentale, promuovendo abitudini alimentari attraverso un approccio personalizzato e multidisciplinare, in cui il ruolo del medico resta centrale nel guidare scelte realistiche e sostenibili nel lungo periodo.