Nel Servizio sanitario nazionale oltre il 60% dei contatti tra medici di medicina generale e pazienti avviene già da remoto e la refertazione digitale risulta quasi completa, ma non è ancora stata compiuta una scelta strategica tra un modello “digital remote first” e una sanità territoriale centrata prevalentemente sull’assistenza fisica. È una delle indicazioni operative che emerge dal 26° Rapporto Oasi del CERGAS–Sda Bocconi, presentato a Roma il 3 dicembre.
Secondo il documento, la disponibilità dell’Fse 2.0 e degli strumenti nazionali di telemedicina non si accompagna a una definizione chiara dell’organizzazione dei servizi futuri. Da questa scelta, sottolinea Oasi, dipenderanno l’assetto delle cure primarie, l’accessibilità alle prestazioni e la continuità dei percorsi assistenziali.
Il quadro generale resta segnato da una crescente pressione sulla capacità di risposta del sistema: solo circa il 60% delle prescrizioni trova erogazione in regime SSN, mentre il resto confluisce nel privato o alimenta percorsi ripetitivi e rinunce alle cure.
Sul territorio, la presa in carico della fragilità appare insufficiente. Gli anziani non autosufficienti sono oltre 4 milioni, ma solo l’8% accede alle Rsa. L’assistenza domiciliare integrata copre il 31% dei pazienti fragili, con un numero di ore assistenziali in riduzione rispetto ai livelli pre-pandemia.
Il Rapporto richiama anche i rischi legati allo sviluppo della prossimità: sono previsti 9.000 ambulatori territoriali e 2.400 Case della comunità, ma senza un modello organizzativo orientato alla continuità assistenziale e alla multicanalità il risultato potrebbe essere un aumento della frammentazione degli interventi anziché un rafforzamento dei percorsi.
“Definire chi viene prima, con quali servizi e con quale intensità non significa ridurre l’universalismo, ma proteggerlo”, ha affermato Francesco Longo, responsabile scientifico del Rapporto Oasi.