Fino a 50.000 infermieri potrebbero lasciare il Regno Unito a causa delle nuove proposte sull’immigrazione che allungano da cinque a dieci anni l’iter per ottenere la residenza permanente. Lo indica un sondaggio del Royal College of Nursing (RCN) riportato dal Guardian.
Secondo l’articolo, nel Paese lavorano oltre 200.000 infermieri formati all’estero, pari a circa il 25% del personale complessivo. L’estensione del periodo richiesto per l’ottenimento dell’indefinite leave to remain (ILR) potrebbe riguardare 76.876 professionisti entrati dal 2021, oggi teoricamente eleggibili dopo cinque anni. Nel sondaggio RCN, condotto su oltre 5.000 operatori, il 60% di coloro che non ha ancora l’ILR ha dichiarato che il cambiamento influirebbe "molto probabilmente" sulla decisione di restare nel Paese.
Il provvedimento è parte del piano annunciato dal governo per ridurre la migrazione netta. Tra le misure previste figurano requisiti professionali più stringenti, standard linguistici più elevati e vincolo dei visti ai datori di lavoro. Per il RCN, il prolungamento del percorso alla residenza rischia di aggravare le difficoltà del servizio sanitario nel trattenere personale qualificato, con ripercussioni sulla sicurezza dei pazienti e sui tempi di attesa.
Il Guardian riporta inoltre che la modifica limiterebbe l’accesso a sussidi e tutele sociali per i primi dieci anni di permanenza e che una quota rilevante degli operatori arrivati durante la pandemia non avrebbe più accesso alla stabilizzazione prevista con le norme attuali. Il governo ha affermato che la consultazione pubblica sul provvedimento sarà avviata a breve.
La possibile fuoriuscita di professionisti apre anche scenari per altri Paesi. Il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, in una dichiarazione all’Adnkronos Salute, afferma che la stretta britannica potrebbe rappresentare “una grande opportunità per il nostro Paese”. Secondo Anelli, “è il momento di aumentare gli stipendi ai medici e agli infermieri in modo tale che quelli che andranno via dalla Gran Bretagna tornino o vengano in Italia a lavorare”.
Anelli richiama anche la presenza di molti professionisti italiani trasferiti nel Regno Unito negli anni precedenti, attratti da retribuzioni più alte e percorsi di carriera più rapidi, sottolineando che un adeguamento economico in Italia potrebbe incentivare il rientro.