Le epatiti virali continuano a rappresentare una minaccia silenziosa ma concreta per la salute pubblica, con oltre 1,3 milioni di decessi all’anno nel mondo, nonostante l’esistenza di cure efficaci e, nel caso dell’epatite C (HCV), di terapie risolutive. In occasione della Giornata Mondiale delle Epatiti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità rilancia l’appello a “rompere le barriere” – è questo il senso dello slogan 2025 “Hepatitis: Let’s Break It Down” – con un focus sulla necessità di potenziare lo screening, favorire l’accesso alle cure e abbattere lo stigma.
L’Italia è tra i pochi Paesi ad aver finanziato uno screening gratuito dell’HCV, rivolto a tre target: popolazione generale nata tra il 1969 e il 1989, persone seguite dai SerD e detenuti. Ma i dati, aggiornati al 30 giugno 2024, parlano chiaro: su oltre 2 milioni di test effettuati, sono stati identificati quasi 15.000 casi attivi, ma solo il 12% della popolazione generale target ha aderito. Una copertura ancora parziale, con l’Emilia-Romagna in testa (40,3%), mentre molte Regioni restano indietro, lasciando scoperte fasce vulnerabili e ad alta prevalenza. “In Italia si stimano oltre 300mila persone infette da HCV non diagnosticate – spiega Antonio Gasbarrini, direttore scientifico del Policlinico Gemelli – uno screening più esteso permetterebbe di prevenire fino a 5.600 decessi, 3.500 epatocarcinomi e oltre 3.000 scompensi epatici nei prossimi dieci anni”. Per raggiungere chi resta ai margini, è nato il progetto “Test in the City”, promosso da Gilead Sciences con la rete Fast Track Cities e Relab, attivo in 14 città italiane. I test gratuiti per epatite B, C, D e HIV vengono offerti in ambasciate, luoghi di culto, eventi sportivi, centri di accoglienza, coinvolgendo migranti, persone che usano sostanze e altre popolazioni fragili. “Il nostro obiettivo è intercettare l’infezione nei contesti reali di vita, abbattendo le barriere geografiche e culturali – spiega Paolo Meli, coordinatore del progetto – Abbiamo già eseguito circa 4.000 test: il 2,5% dei soggetti è risultato positivo almeno a un’infezione, con successiva presa in carico nei centri di cura”.
Anche fuori dagli ospedali tradizionali, dunque, è possibile fare prevenzione efficace. Un punto ribadito da Miriam Lichtner, infettivologa della Sapienza: “Grazie ai test rapidi e alla collaborazione con le comunità locali, è possibile garantire counseling immediato e attivare percorsi di cura, anche per chi vive ai margini del sistema sanitario”. Nonostante i buoni propositi, gli esperti concordano: gli attuali ritmi non bastano per raggiungere l’obiettivo OMS di eliminazione delle epatiti virali entro il 2030. Lo sottolinea con chiarezza Stefano Fagiuoli, epatologo dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo: “La campagna va rifinanziata e ampliata. Serve più screening nei SerD, nelle carceri e negli ospedali, anche al di fuori dei reparti specialistici. E va coinvolta la medicina generale per tracciare chi ancora non ha effettuato il test”. Secondo Fagiuoli, un terzo dei pazienti positivi ha già una malattia epatica avanzata al momento della diagnosi, segno che la diagnosi tardiva è ancora la norma.