Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) resta ancora un’utopia per milioni di italiani. A evidenziare un quadro a macchia di leopardo è la Fondazione GIMBE, che oggi, in occasione del 9° Forum Mediterraneo in Sanità, ha presentato i dati aggiornati su disponibilità, accessibilità e utilizzo del FSE nelle Regioni italiane. L’analisi mostra che solo il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati sanitari, e in nessuna Regione il FSE è completo di tutti i documenti previsti dalla normativa nazionale. “Il Fascicolo Sanitario Elettronico dovrebbe essere uno strumento per garantire equità, continuità delle cure e integrazione dei servizi”, ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. “Invece oggi rischia di diventare una nuova fonte di diseguaglianza sanitaria”.
Ad oggi, solo quattro tipi di documenti sanitari – lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e radiologia, e verbale di pronto soccorso – risultano effettivamente disponibili in tutte le Regioni. Nessuna Regione, sottolinea GIMBE, alimenta il FSE con l’intera gamma dei 16 documenti richiesti dal decreto ministeriale del 2023. La disparità è evidente: se Piemonte e Veneto garantiscono il 93% dei documenti previsti, Abruzzo e Calabria si fermano al 40%. Solo sei Regioni inseriscono nel FSE la lettera di invito agli screening o ai percorsi vaccinali, e la cartella clinica è disponibile solo in Veneto. Oltre alla documentazione sanitaria, anche i servizi digitali integrati nel FSE mostrano grandi squilibri. Il numero massimo di servizi raggiungibili tramite FSE è 45 (dalla prenotazione delle visite al cambio del medico), ma solo Toscana (56%) e Lazio (51%) superano il 50% dei servizi attivati. All’estremo opposto, la Calabria offre appena il 7% dei servizi. Cartabellotta precisa che molti servizi sono accessibili anche attraverso altre piattaforme regionali, ma “se non vengono integrati nel FSE, si perde l’obiettivo di una piattaforma unica nazionale per il cittadino”.
Altro nodo critico è il consenso informato al FSE, indispensabile affinché i medici possano accedere alla documentazione clinica del paziente. Al 31 marzo 2025, solo il 42% dei cittadini italiani ha fornito il proprio consenso, ma il dato è estremamente variegato: si passa dal 92% in Emilia-Romagna a soli 1% in Abruzzo, Calabria e Campania. Simili divari si riscontrano nell’uso effettivo del FSE da parte dei cittadini. Tra gennaio e marzo 2025, solo il 21% ha consultato almeno una volta il proprio fascicolo, e nel Mezzogiorno l’utilizzo resta sotto l’11%, con le Marche fanalino di coda all’1%. “Non basta caricare i dati – avverte Cartabellotta – bisogna anche mettere i cittadini in condizione di usarli, investendo in alfabetizzazione digitale e fiducia nella protezione dei dati”. Sul fronte degli operatori sanitari, i numeri sono più incoraggianti: il 95% dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta ha effettuato almeno un accesso al FSE. Nove Regioni – tra cui Emilia-Romagna, Puglia e Piemonte – registrano una partecipazione del 100%. Diversa la situazione per i medici specialisti: se in dodici Regioni e Province autonome il 100% è abilitato alla consultazione del FSE, in altre – come Liguria (16%), Calabria (26%) e Sicilia (36%) – la situazione è drammaticamente indietro.