Professione medica
Medici
24/05/2024

Medici insoddisfatti vanno all’estero per stare meglio. Ecco le destinazioni più gettonate

Tra 2019 e 2021 dati Sumai dall'Italia sono andati via oltre 21 mila medici, desiderosi di far valere la specialità, o l’esperienza in cambio di più lauti stipendi

medici braccia incrociate

Chiedono all’Ordine il good standing– il certificato di buona condotta– e vanno a lavorare all’estero per stare meglio, soprattutto in Francia e Germania che, dopo gli anni difficilissimi della pandemia, offrono di più a fronte di turni di lavoro più umani. Ma i medici italiani migrano anche verso Israele, Emirati Arabi, Stati Uniti, e gli immortali Svizzera Belgio e Canada. Tra 2019 e 2021 dati Sumai ne sono andati via oltre 21 mila, desiderosi di far valere la specialità, o l’esperienza in cambio di stipendi da 200 mila euro annui. Ma attenzione, emigrano anche i medici spagnoli, portoghesi, greci (e si sapeva) i bielorussi e gli ucraini (che nei paesi Ue vengono demansionati), ingaggiati come generici se sono specialisti, eppure sono contenti perché prendono 3-4 volte di più. Ed emigrano persino i medici tedeschi, svizzeri, olandesi. Anche i ricchi dicono addio, emerge dall’Assemblea generale congiunta della Federation Europeenne des Medecines salariees (FEMS) e della Association Europèenne des Medecins des Hopitaux (AEMH), svolta nei giorni scorsi a Berlino. L’incontro conferma la percezione di peggioramento delle condizioni di lavoro percepite in tutta Europa dopo il Covid. «Tutti i medici europei tendono a spostarsi, i più poveri per trovare di meglio, i più ricchi perché rispetto ad una media in condizioni migliori rispetto ai paesi del Sud Europa ci sono pur sempre delle situazioni di scostamento, e la soglia di sopportazione di chi sta meno bene si è abbassata», spiega Alessandra Spedicato, Capo delegazione Anaao Assomed in FEMS che due anni fa coordinò un sondaggio sui medici dipendenti di 12 paesi membri. Il sondaggio scopriva che fra tanti professionisti insoddisfatti, ad esempio in Italia Francia e Spagna, ce n’erano altri meno preoccupati: in Germania Austria e Svezia più camici ammettevano che la loro professione era ben retribuita, e gli ospedali premiavano la loro professionalità con un compenso adeguato e più chance di carriera. Ma anche questi paesi soffrono di carenze, perché fare il medico non piace più. Tra i motivi di insoddisfazione l’indagine citava nell’ordine: carichi di lavoro molto elevati per carenza di personale (83%), scarsi investimenti delle strutture (41%) e stipendi inadeguati (33%). Nei paesi di forte emigrazione, tutti e tre gli indici erano in sofferenza. E adesso? «A Berlino stavolta non si è approfondito l’identikit di chi emigra, non ci sono dati su genere o specialità posseduta, sull’estrazione “privata” o “pubblica” del medico povero che emigra», afferma Spedicato. «In compenso è stato presentato un sondaggio olandese su quattro fasce di “anzianità” (specializzandi, cioè, junior doctors, early practitioners, medici “mid carreer” e “senior”) che testimonia il crollo della soddisfazione a seconda delle generazioni. Se i senior si assegnano un alto punteggio gli junior notano la mancata conciliazione dei tempi casa-lavoro e i carichi gravosi e molti lasciano durante il corso post-laurea o appena conseguito il diploma. Molti lasciano la professione finita la specialità. E comunque anche i senior vanno in pensione prima, il burnout si fa sentire in un paese che a livello di salari, orari ed organizzazione è sempre stato esemplare».

Ma per quale motivo fare il medico sta stretto a molti giovani (e meno giovani) della “ricca” Europa Occidentale? «Il problema non è “essere medico”, e non è neanche il rapporto con il paziente, anzi, le indagini FEMS confermano come la relazione fiduciaria resti uno dei punti di soddisfazione, ma accanto collassa l’altro pilastro, il riconoscimento sociale del ruolo del medico, la deontologia sente di non avere voce. C’è una crisi di tutte le forme di associazionismo, sindacale, partitico o ordinistico. La retribuzione non segue la crescita delle responsabilità, e anche se la nostra professione è fatta di sacrifici molti giovani aprono gli occhi e dicono no. Io personalmente non mi sento di giudicarli». Sembrano inutili i correttivi anti-carenze che vanno nel senso di ammettere più giovani ai corsi di medicina: l’Italia ci sta provando, la Polonia ha istituito 14 nuove facoltà di Medicina ma attrae più stranieri. «Come scrivevamo alla fine del survey del 2022 sull’identikit del medico europeo, servono condizioni di lavoro migliori per lavoratrici e lavoratori medici, tutela, certezze sui tempi di riposo e ferie. Non è solo questione di compensi», dice Spedicato. «Ma se non si affronta l’insoddisfazione dei medici, il rischio è che si propongano per esercitare in Europa principalmente colleghi dotati di spirito di sacrificio e giunti da paesi poveri. Il rischio è che, demansionando questi colleghi o impiegandoli in una medicina di primo livello a costo più basso dell’attuale, le sanità europee perdano la ricchezza caratterizzante le loro specializzazioni e quelle lasciate vuote dai camici locali. In pratica, avremo sempre meno quelle competenze che ci hanno reso possibile fruire delle scoperte più avanzate in questi anni, e disporne per tutti i cittadini, a partire dai più poveri. Noi non sappiamo che vuoto lasci nel sistema sanitario di provenienza un medico italiano o bielorusso che emigra in cerca di maggior benessere. Speriamo di non doverne vedere l’entità tra qualche anno, leggendo le statistiche sulle prestazioni negate e sull’attesa di vita».

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