
Posti di polizia, una nuova legge e il potenziamento della medicina territoriale: sono queste le principali richieste che i sanitari rivolgono al Governo per far fronte alla nuova escalation di aggressioni ai danni del personale sanitario negli ospedali. «Il posto di polizia andrebbe previsto nei pronto soccorso di tutta Italia, e non solo in città, poiché anche chi lavora in provincia e nei piccoli paesi va tutelato». Così
Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione Cimo-Fesmed, al quale aderiscono le sigle Anpo, Ascoti, Cimo, Cimop e Fesmed, commenta in una nota l'iniziativa annunciata dal ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, di istituire presidi di polizia nei principali ospedali delle grandi città. Al contrario, secondo il sindacato Anaao Assomed, «abbiamo bisogno urgentemente, più che di presidi, che venga cambiata da legge del 2020 sul tema».
Il sindacato chiede un incontro urgente con il ministro per «l'apertura di un tavolo che abbia l'obiettivo di intervenire alla radice del problema». Quella del 2020 «è una normativa che si è dimostrata fallimentare perché non ha prodotto risultati», dice
Pierino Di Silverio, segretario nazionale dei medici ospedalieri del sindacato Anaao Assomed. Tutte le azioni legate alla possibilità di bloccare chi aggredisce, però, «sono di deterrenza. Per risolvere il problema delle aggressioni, che non è la causa ma l'effetto di un disservizio del sistema sanitario, occorre - ribadisce Di Silverio - cambiare la presa in carico del paziente. Fino a che ci sarà carenza di medici, fino a che non verrà riconosciuta la dignità professionale del camice bianco, il fenomeno delle aggressioni non finirà. E' necessario intervenire alla radice». «Tutte le aziende, aggiunge Quici, dovrebbero rispettare quanto previsto dalla Raccomandazione n. 8 del ministero della Salute, adottata nel 2007 per prevenire gli episodi di violenza. Iniziative e programmi che, tuttavia, spesso vengono ignorati. Per questo - preannuncia il presidente - nei prossimi giorni la Federazione Cimo-Fesmed avvierà un'indagine in tutta Italia per sapere quante aziende applicano realmente la raccomandazione».
Al coro si aggiunge la Fnopi d'accordo con la visione del ministro Schillaci di puntare sulla medicina territoriale per decongestionare i Pronto soccorso. «Devono esserci strutture e servizi cui possano rivolgersi i casi meno gravi - sottolinea in una nota
Barbara Mangiacavalli, presidente della Fnopi - abbattendo così i tempi di attesa negli ospedali e migliorando tutto ciò che si trova fuori il Pronto soccorso. Anche perché spesso non è solo una questione di gravità del caso, ma di appropriatezza: le persone spesso chiedono al Pronto soccorso e al 112 risposte che devono essere date dal territorio». In questo senso il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza, «rappresenta un serbatoio di opportunità che occorre valorizzare, senza farsi sfuggire l'occasione per ridisegnare con maggiore razionalità i nostri modelli organizzativi», evidenzia la presidente degli infermieri italiani. «Allo stesso tempo - aggiunge - serve una maggiore formazione che consenta agli operatori che si trovano in prima linea di affrontare con adeguata preparazione le situazioni più rischiose, inserendo anche specifici corsi negli ordinamenti universitari». Ancora, «un altro strumento potrebbe risiedere nello snellimento delle attese stressanti, attraverso meccanismi di smistamento alternativi a bassa intensità e gestione infermieristica per ridurre la tensione dei pazienti». Infine, conclude Mangiacavalli, «occorre rendere sempre più attrattivo il ruolo delle professioni sanitarie che possono assolvere una funzione decisiva nel decongestionamento degli ospedali e dei pronto soccorso».