
«Prosegue a tutto campo la ricerca e arriveremo a breve a una risposta, visto che possiamo contare sui sistemi di sorveglianza predisposti per il Covid-19, ma bisogna evitare allarmismo e tener conto di una possibile sovrasegnalazione dei casi legata all'attenzione mediatica». A spiegarlo è
Carlo Federico Perno, direttore di Microbiologia e Diagnostica di Immunologia dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma, dove sono stati tre i bambini ricoverati, negli ultimi giorni, per epatiti di origine ignota. Nel mondo i casi di epatiti acute nei piccoli continuano a salire, arrivando a quasi 200 e gli esperti sono a lavoro per individuare le cause.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità e integrazione Socio-Sanitaria della Regione Lazio, fa sapere che è stato individuato un altro caso sospetto di epatite acuta misteriosa nel Lazio, un bambino di Roma che è in buone condizioni ed è monitorato. I casi totali ad eziologia sconosciuta nella Regione salgono, quindi, a 3. «Stiamo costantemente monitorando la situazione, non dobbiamo fare allarmismo ma mantenere un livello di attenzione alto», ha aggiunto l'assessore.
A seguito dell'allerta lanciato dai Centri Europei per il controllo e la prevenzione delle malattie (Ecdc), i casi di epatiti acute severe hanno iniziato a esser segnalati in diversi Paesi come Irlanda, Danimarca, Spagna, Italia, Stati Uniti e, in più di recente, anche Giappone e Canada. Esclusa l'ipotesi di un collegamento con il vaccino anti Covid, come anche precisato dall'Istituto Superiore di Sanità, così come quella di reazioni tossiche a farmaci o alimenti, l'attenzione si è focalizzata sull'adenovirus, così come indicato anche dall'Organizzazione mondiale Sanità e dalla Uk Health Security Agency (Ukhsa), da cui erano partite le prime segnalazioni, il 6 aprile scorso. Tante ipotesi restano sul tavolo e non è detto che si escludano a vicenda, inclusa quella che la pandemia abbia abbassato le difese immunitarie, rendendo più pericoloso l'incontro con i virus e «determinando infezioni più severe», spiega Perno. Quel che è certo è che, da una settimana a questa parte, «ci sono protocolli precisi da seguire, mentre all'inizio i dati non sono stati raccolti in modo sistematico». Tutta questa attenzione, però, rischia di ingigantire la percezione di qualcosa che resta raro e che esisteva anche in precedenza. I casi di epatiti acute severe di origine ignota, al Bambino Gesù, negli ultimi 10 giorni sono stati 3: una bimba di 8 mesi, un bambino di 2 anni e uno di 4 anni. «Una numerosità - precisa - che rientra per ora nella norma. È ancora assimilabile agli altri anni, tenendo conto che l'ospedale fa da riferimento per i casi gravi a tutto centro-sud Italia». Quel che è certo, conclude, è che, «a prescindere dalle epatiti, in questi mesi notiamo una recrudescenza di virus gastrointestinali e respiratori, rispetto al pre-pandemia. I patogeni sono tornati a circolare parecchio e hanno trovato organismi che per molti mesi non si erano tenuti in allenamento confrontandosi con altri virus».
In Italia «si sta facendo tutto quello che è necessario fare, cioè aumentare il livello di allerta in modo che tutti i casi vengano identificati, segnalati ed indagati»'. Lo spiega all'Adnkronos Salute l'epidemiologo
Pier Luigi Lopalco, docente di igiene all'Università del Salento, sottolineando che «per il momento non sembra che il fenomeno abbia dimensioni preoccupanti, trattandosi ancora di segnalazioni sporadiche». «Nel Regno Unito sembra esserci un aumento dei casi di epatite acuta di origine sconosciuta e hanno avuto anche diversi bambini trapiantati. Da noi si sta valutando la situazione. Chiaramente, con l'attivazione della rete e del monitoraggio ogni giorno ci sono nuove segnalazioni, ma per ora i casi ritenuti probabili sono ancora limitati. Non sappiamo se questo rappresenta un aumento o meno rispetto agli altri anni e a quello che ci saremo aspettati». Lo ha detto
Gianni Rezza, direttore della Prevenzione del Ministero della Salute, a margine del convegno "Vaccinazione del paziente oncologico. Nuove opportunità per la sanità pubblica», in corso al Ministero della Salute. «Effettivamente, al momento, - ha aggiunto - abbiamo un solo bambino sottoposto a trapianto, e ogni anno ci sono alcuni casi. Per il resto non abbiamo altri segnali particolari, Ma la situazione va certamente monitorata con attenzione». «L'Oms - ha precisato - ha modificato, ieri, la definizione di caso, perché' non ci sono casi 'confermati' ma casi 'probabili', in quanto non c'è un marcatore unico o un agente, che si tratti di un virus o meno. Quindi la situazione va monitorata con attenzione e non possiamo dire ora se c'è una diffusione maggiore a quello che normalmente accade». Rispetto alle cause, ha concluso Rezza, «gli inglesi si sono concentrati su un tipo di adenovirus ma non escludono altro, quindi anche questo va valuto».