
Cresce la risposta farmacologica al Covid-19, sia nei pazienti sia da parte delle case farmaceutiche. E, dopo gli anticorpi monoclonali, la speranza sono gli antivirali.
Al molnupiravir di Merck che abbatte i ricoveri di un 30% si aggiunge l'associazione nirmatrelvir + ritonavir di Pfizer che arriva a un 88% di ricoveri evitati rispetto al gruppo placebo. L'Agenzia del Farmaco li ha autorizzati in commercio per la somministrazione a pazienti sintomatici da 5 giorni, così da evitare il ricovero. In precedenza, sono stati approvati da AIFA tre anticorpi monoclonali, da utilizzare in pazienti in condizione più avanzata di malattia, spesso ospedalizzati e a rischio di complicanze severe. Per prevenzione e trattamento, è autorizzata l'associazione casirivimab + imdevimab di Regeneron Roche; e per il solo trattamento, regdanvimab di Celltrion Healthcare Hungary e sutrovimab di Glaxo Sk, il più recente. Un articolo sul Corriere della Sera si sofferma su due aspetti dei nuovi antivirali. Primo, l'iter per accedervi si sovrappone a quello degli anticorpi monoclonali: serve l'indicazione del medico di famiglia per il centro specialistico dove il paziente deve recarsi per ottenere la prescrizione, e di qui la medicina arriva in ospedale o nella farmacia territoriale. Secondo, è alto il ricarico a vantaggio del produttore, nel caso di nirmatrelvir + ritonavir è 47 volte il costo, un po' troppo per un servizio sanitario chiamato a coprire tutti i capitoli dell'assistenza. Peraltro, il costo di una dose singola di anticorpo monoclonale orbita intorno ai 1.500-2.000 euro. E il costo giornaliero di un paziente in terapia intensiva è tra 1.500 e 4.500 euro e l'intera ospedalizzazione supera come vedremo i 10 mila euro. Nondimeno, l'articolo a firma di Milena Gabanelli e Simona Ravizza ricorda i giorni "eroici" in cui l'Aifa spuntò per gli antiepatite C una spesa finale di 11 mila euro a ciclo contro il prezzo iniziale di 70 mila euro. «Non è così semplice tagliare i prezzi, specie nel contesto Covid», spiega
Fabrizio Gianfrate, Professore di Economia sanitaria. Che fa un distinguo: «Gli anticorpi monoclonali sono biologici, più complessi da mettere a punto, e si usano nelle forme severe, evitando ospedalizzazioni di pazienti a rischio e decessi; gli antivirali sono farmaci sintetici, si usano prima, evitano soprattutto ricoveri. Ciò giustifica una differenza di prezzo di 2-3 volte. Però il meccanismo d'accesso è simile, non li prescrive il medico di famiglia ma lo specialista del Centro».
Produrre l'antivirale costa poco quindi il farmaco dovrebbe poter costare meno al Ssn. «Il costo di produzione non è la determinante principale del meccanismo di formazione dei prezzi. Inoltre, gli oneri produttivi sostenuti dalle singole aziende sono influenzati spesso da fattori interni e contingenti», dice Gianfrate. «A parte ciò, buona parte del prezzo di un farmaco di fascia A nella contrattazione si forma in relazione alla disponibilità di un servizio sanitario a spendere, del valore percepito in quel prodotto, dei costi diretti ed indiretti della malattia (non solo il ricovero ma anche il valore economico di una vita persa o di una lunga assenza dal lavoro)».
Vale la pena la spesa per i nuovi antivirali? «Sì. Ho elaborato dei dati dei trial da cui è possibile valutare l'efficacia della combinazione nirmatrelvir + ritonavir in termini di decessi e ricoveri evitati. Non si sono registrate morti su 1040 pazienti trattati rispetto ai 12 decessi di chi ha ricevuto il placebo; quanto ai ricoveri, ogni 18 pazienti trattati sul territorio si evita una ospedalizzazione(Number Needed to Treat - NNT). E siccome un ricovero ha un costo medio 11.150 euro, e trattare 18 pazienti con antivirale Pfizer 600 euro l'uno costa 10.800 euro, a quel prezzo la terapia genera un risparmio, dunque è sostenibile o "costo-efficace"».
Si può spuntare di meglio? «Se un farmaco non ha concorrenti e un'azienda non è disposta a scendere di prezzo, i margini di negoziazione sono minimi. Possono semmai crescere al crescere del volume commercializzato; centralizzando gli acquisti a livello di Unione Europea si potrebbe fruire di un maggior sconto. Ma se per i vaccini anti-Covid si è centralizzato l'acquisto, per le terapie gli stati membri fanno ciascuno da sè. Aggiungo che l'AIFa è un contractor in grado di ottenere prezzi di regola più bassi del 10-20% rispetto agli altri paesi comunitari».
Altro tema sollevato dall'articolo, il lungo iter d'accesso ai farmaci anti-Covid. In certe realtà per avere un anticorpo monoclonale bisogna attendere che arrivi da altre regioni. «La distribuzione è decisa dal Commissario all'Emergenza in accordo con le Regioni. Deficit distributivi in teoria si devono a problemi organizzativi interni alle regioni. Peraltro, c'è una differenza tra anticorpi monoclonali ed antivirali. Aifa nel suo report sottolinea che i primi ci sono ma sono spesso inutilizzati, come fossero meno prescritti del previsto; per gli antivirali, la commercializzazione del più "nuovo" è recentissima, per avere il polso della somministrazione bisognerà attendere».