Remunerazione agganciata agli obiettivi di salute, obbligo di presenza organizzata nelle Case della Comunità e possibilità di accesso – su base volontaria – a un canale di dipendenza per le funzioni territoriali più strutturate. Sono queste le direttrici della riforma della medicina territoriale presentata dal ministro Orazio Schillaci alle Regioni, che punta a ridisegnare il ruolo dei medici di medicina generale e l’assetto dell’assistenza primaria. Il provvedimento, ora al confronto con le amministrazioni regionali, si inserisce nel più ampio obiettivo di rafforzare la presa in carico sul territorio, individuando nelle Case della Comunità il perno del nuovo modello organizzativo e nella medicina generale uno degli snodi decisivi per l’evoluzione del Servizio sanitario nazionale.
Il cuore della proposta è infatti il rafforzamento strutturale della medicina territoriale, indicata come leva per una “profonda innovazione” del sistema. Le Case della Comunità diventano il luogo stabile della presa in carico multiprofessionale, con un coinvolgimento diretto e programmato dei medici di famiglia all’interno della rete dei servizi. Tra le novità più rilevanti figura la revisione del modello di remunerazione: il criterio basato sul numero di assistiti verrebbe progressivamente superato a favore di indicatori legati agli esiti, come la gestione delle cronicità, la prevenzione, la diagnosi precoce e la partecipazione alle attività territoriali. Un passaggio che mira a orientare l’attività verso la qualità dell’assistenza e la continuità della presa in carico. Sul piano organizzativo, lo schema di decreto introduce un sistema articolato su due canali. Accanto alla convenzione riformata, che resta il modello ordinario, viene previsto un canale di dipendenza selettiva destinato alle funzioni a maggiore intensità organizzativa: attività nelle Case della Comunità, continuità assistenziale integrata, coordinamento territoriale e presa in carico strutturata dei pazienti. L’accesso avverrà su base volontaria, con programmazione definita a livello regionale.
Proprio le Regioni sono chiamate a svolgere un ruolo centrale nella governance del nuovo assetto: dovranno definire fabbisogni, priorità territoriali, contingenti di personale e standard organizzativi. Il decreto prevede inoltre un rafforzamento degli strumenti di supporto al lavoro clinico, attraverso digitalizzazione, interoperabilità dei sistemi informativi, sviluppo della telemedicina e incremento del supporto infermieristico e amministrativo, con l’obiettivo di ridurre il carico burocratico. Il percorso di attuazione sarà graduale. Entro 30 giorni è prevista l’analisi preliminare e la definizione delle priorità, tra 60 e 90 giorni la costruzione degli schemi operativi ed economici, mentre entro 180 giorni dovrebbero partire le prime applicazioni del modello. Il confronto istituzionale è ancora in corso e le posizioni delle Regioni appaiono articolate: alcune amministrazioni hanno espresso disponibilità a lavorare sull’impianto del decreto, altre hanno avanzato richieste di chiarimento su aspetti organizzativi e applicativi.
Netta, invece, la contrarietà della FIMMG, che boccia la riforma definendola “inattuabile e pericolosa per i pazienti”. Il sindacato denuncia innanzitutto l’assenza di confronto con la categoria su un provvedimento che incide profondamente sul rapporto di cura. Nel merito, la Fimmg contesta il meccanismo del doppio canale e in particolare il requisito della specializzazione per l’accesso alla dipendenza, che rischierebbe di escludere una parte consistente dei medici attualmente in attività e di creare incertezza tra i più giovani. Secondo il sindacato, il modello potrebbe incentivare l’abbandono della medicina generale, soprattutto nelle aree già in difficoltà. Preoccupazioni riguardano anche l’impatto sull’assistenza: lo spostamento di medici verso funzioni strutturate, in un contesto di carenza di organico, potrebbe indebolire la relazione fiduciaria medico-paziente e aumentare il ricorso improprio ai servizi di emergenza. Da qui la richiesta di un intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per sospendere l’iter del decreto e aprire un confronto con le rappresentanze professionali.