
Società tra professionisti sono davvero il futuro della medicina generale? Sperimentato da commercialisti, consulenti del lavoro, ingegneri, architetti e dentisti - le società del settore odontoiatrico versano un contributo integrativo dello 0,5 % del fatturato annuo alla Quota B del Fondo generale Enpam - nel Rapporto Mercer coordinato da
Maurizio Sacconi sulla prossima riforma territoriale sembrano l'uovo di colombo per consentire ai medici di famiglia di auto-organizzarsi e convenzionarsi senza passare dalla dipendenza che si configura come compromesso perdente per loro e per il servizio sanitario nazionale.
Il documento - nel ricordare che il Recovery Plan stanzia 7 miliardi per 1350 Case dove ospitare Mmg e pediatri ma anche infermieri di comunità, medici specialisti (cardiologo, pneumologo, diabetologo), assistenti sociali, logopedisti, fisioterapisti- esplora l'ipotesi di trasformare il Mmg in pubblico dipendente. E la scarta. Motivi? Il paziente, persi libertà di scelta e rapporto fiduciario, non aderirebbe alle cure; i medici costerebbero di più sia perché godrebbero di ferie, permessi, assenze e sostituzioni a carico del Ssn, sia perché per l'Asl crescerebbero gli oneri di conduzione di strutture e strumenti di sua proprietà; tutto ciò, a fronte di orari di reperibilità più limitati per gli utenti, di scarsi incentivi data la ridotta quota di compenso legata alla performance, di minor tempo per la formazione continua, di rigidità strutturali nel garantire la prossimità fin qui offerta dagli studi "capillari"; infine secondo simulazioni Enpam, il passaggio a dipendenza genererebbe nella Fondazione una voragine di ben 84 miliardi di euro nell'arco temporale di verifica della sostenibilità richiesta dalla vigente disciplina. Meglio una convenzione "evoluta".
Qui entra in gioco la società tra professionisti-StP di cui all'articolo 10 della legge 183/2011. Medici e pediatri devono capire che le aggregazioni funzionali della Balduzzi possono trasformarsi in case della salute "spoke", taglia da sei medici in su ciascuna, capaci di organizzarsi per garantire adesione a nuove reti tecnologiche, prevenzione, telemedicina, presa in carico delle cronicità, assistenza domiciliare, collaborazione con specialisti, diagnostica di base, reperibilità sulle 12 ore al giorno per 6-7 giorni, interazione con le Rsa, implementazione dei Fascicoli elettronici. La figura giuridica della StP iscritta all'ordine, consentirebbe a ciascuno dei medici partecipanti di convenzionarsi con il SSN "garantendo, nel rapporto fiduciario pure la qualità dei colleghi destinati a sostituirlo". Stipendio e contributi andrebbero al singolo professionista che partecipa alle spese della struttura. Non è esclusa però per la Stp la possibilità di avvalersi di una cooperativa di servizio dei Mmg come quelle oggi esistenti per le attività di supporto e il contenimento dei costi di acquisto. La convenzione andrebbe finanziata aggiornando i criteri di accreditamento strutturali (locali per diagnostica, consolle di telemonitoraggio, sale di attesa, kit emergenza- urgenza, messa a norma e sicurezza) ed organizzativi (personale di studio, infermieri, Oss).
Per
Antonio Di Malta, Presidente del Consorzio Sanità-CoS che rappresenta 42 cooperative di servizio e 4500 medici di famiglia, non è scontato che la Stp sotto il profilo della remunerazione, della riconducibilità della prestazione al medico scelto dal paziente, della responsabilità, salvaguardi figure e compiti dei singoli professionisti che ne fanno parte. «I presupposti dello studio sono condivisibili: tra la dipendenza e la prosecuzione dell'attuale rapporto convenzionato di parasubordinazione, la strada è la seconda che però si concretizza nell'applicare la legge Balduzzi ed il Patto Salute 2014-16, testi che obbligano il mmg ad operare nelle aggregazioni funzionali territoriali composte da suoi colleghi e nelle unità complesse di cure primarie multiprofessionali. Dopodiché giocoforza Aft ed Uccp dovrebbero potersi servire di cooperative di servizio per reperire a costi inferiori a quelli, altrimenti proibitivi, di mercato, fattori produttivi come personale di segreteria ed infermiere, senza mettere in discussione il reddito del professionista. Nella misura in cui l'accordo nazionale si configura come convenzione tra parte pubblica (Stato/Regione) e singolo professionista, l'idea presente nel Rapporto Mercer di convenzionare al posto di quest'ultimo le società tra professionisti ex decreto ministeriale 34 del 2013 non appare azzeccata: configura un esercizio della professione in forma societaria che parte da presupposti diversi. Le Stp condividono sì fattori produttivi delle prestazioni ma condividono anche l'onorario professionale e non necessariamente salvaguardano la riferibilità dell'atto medico ad una singola persona fisica con tutte le ricadute che da sempre caratterizzano il nostro profilo di responsabilità. Il rapporto convenzionale si sposterebbe da Ssn/Ssr -singolo medico iscritto all'Albo a Ssn/Ssr- società professionali che erogano loro le prestazioni sanitarie e che possono avere un numero di professionisti imprecisato, da 10 a 300. In ragione delle risorse e dei consensi, le società più importanti ed attrezzate si avvantaggerebbero nell'erogazione di prestazioni che fanno parte dei livelli essenziali di assistenza!
Per inciso, finirebbe anche la storia del sindacato della medicina generale, perché per le società professionali non avrebbe più senso iscriversi ad un sindacato monoprofessionale, data la possibilità di crescere in composizioni più eterogenee. Per ottenere fattori produttivi del reddito a condizioni accessibili senza snaturare la natura e lo status giuridico del medico convenzionato con il Ssn, la strada più diretta sono, a mio modo di vedere, le cosiddette "società di mezzi", le cooperative di servizio per la medicina generale, diverse tanto dalle società, iscritte all'Albo per erogare prestazioni di diagnosi e cura al posto del medico singolo, quanto dalle cooperative sociali, che erogano prestazioni a soggetti terzi attraverso i soci lavoratori e che prescindono dalla necessità di instaurare un legame forte con la missione del medico di famiglia».
Mauro Miserendino