
Fino al 3 marzo 2020 gli italiani in "telelavoro" erano 570 mila secondo i dati del
Politecnico di Milano. Il 4 marzo entrava in vigore il Dpcm che liberalizzava l'accesso allo
smart working. Il 10 marzo, una settimana dopo, gli italiani che lavoravano da casa erano 7 milioni. In questi dati offerti dal sociologo
Domenico De Masi al webinar
Fiaso sul lavoro agile in pandemia e sul suo uso futuro c'è il senso di una rivoluzione da cui difficilmente torneremo indietro. E oggi anche la sanità italiana dispone di una sua indagine sull'utilizzo del telelavoro. L'ha realizzata la Federazione delle aziende sanitarie ospedaliere-Fiaso con
INR su 14 mila dipendenti sparsi in 16 tra Asl e ospedali di tutta Italia, e - come altre precedenti - scopre che con lo smart working la produttività non si è ridotta ma è cresciuta.
L'indagine è uno spin-off di una ricerca più ampia di INR sul Wellness organizzativo, di cui saranno divulgati i dati in estate, ed evidenzia che in questi mesi il 9,5% del personale del
SSN, in particolare amministrativi, ha lavorato da casa, con punte del 50%
all'Irccs di Meldola, del 14%
all'Ausl Bologna, del 12,4% all
'Apss di Trento; prima del Covid aveva fatto questa esperienza lo 0,9% degli addetti. L'88% è soddisfatto dell'esperienza, il 41% è molto soddisfatto, il 43% abbastanza. Su 100 operatori in smart working, 27 dovevano realizzare obiettivi concordati con il superiore, 26 si sono dovuti organizzare autonomamente, 18 rendicontavano a fine mese, 13 rispondevano "a chiamata". Del 27% che aveva concordato i target con il capo, l'82% afferma di aver portato a casa l'obiettivo, il 12% dice di aver raggiunto obiettivi che si era riformulato da sé. Nel 26% che si è organizzato da solo, soltanto il 72% ha raggiunto i target da lui prefissati, il 19% ha raggiunto obiettivi comunque concordati. Dal 9 al 10% è la quota di chi ha lavorato senza obiettivi precisi. I capi dichiarati più "collaborativi" sono stati i direttori di struttura e i responsabili di servizio, tra gli "auto-organizzati" spicca chi aveva a capo un coordinatore di servizi infermieristici e, in seconda battuta, un coordinatore o responsabile di distretto. Nel 42% dei casi la produttività è percepita come aumentata, nel 45% come non diminuita.
Tra gli svantaggi, appena un 2,5% dichiara di essersi sentito lontano dal confronto con i colleghi. In compenso sono percepite in crescita le competenze tecnologiche ed auto-organizzative e persino il benessere personale; il 79% ha usato strumentazione propria (qualche disagio se il Pc era condiviso in famiglia), adeguata nel 59% dei casi e "sufficiente" nel 31%. Tra le criticità, il problema dell'accesso a dati protetti o cartacei, ma un 36% di problemi non ne ha visti proprio. Tra l'altro le aziende hanno potuto svolgere a distanza con i dipendenti corsi di aggiornamento nel 36% dei casi e webinar nel 22%. E finita l'emergenza? Solo il 7% vorrebbe tornare full time in ufficio, e solo un 15% lavorare sempre a casa, mentre un 36% vorrebbe lavorare fifty-fifty o due giorni a distanza ed uno in presenza, un 32% a proporzioni invertite due-tre giorni in presenza ed uno a distanza. Fatto sta che la percentuale dei coinvolti dal lavoro a distanza in pochi giorni è decuplicata e non arretra troppo significativamente in questa fase, perché i target vengono raggiunti, come conferma il Presidente FIASO
Francesco Ripa di Meana nell'introdurre la ricerca illustrata da
Marco Rotondi di INR. Ora bisogna insistere con la formazione sui mezzi e su questo tipo di lavoro per i dipendenti e su come gestire i rapporti online per i manager.
Rosa Magnoni e
Giuditta Mazzi hanno illustrato come un'azienda sanitaria in particolare, l'Apss di Trento, fosse partita con il telelavoro già nel 2010 e nel 2017 coinvolgesse fino a 40 dirigenti amministrativi con risultati lusinghieri in termini di produttività anche per via delle minori richieste di permessi e per i minori disagi negli spostamenti da casa; ma con
l'emergenza Covid i contratti limitati alla sola dirigenza e formalizzati per iscritto per un massimo di 30 ore mensili sono stati allargati a tutti i profili, oltrepassando i rigorosi limiti orari precedenti, e resi meno complessi dal punto di vista formale; in sintesi, sono stati coinvolti fino a 765 operatori, poi protagonisti di un sondaggio che ha confermato come il 63% non abbia avuto difficoltà ad adattarsi, un 78% si sia giovato delle informazioni ricevute per organizzarsi da solo, si sia raggiunta senza problemi operativi una media di 4 giorni su 5 lavorati da casa nei picchi pandemici, si sia acquisito il diritto a staccare (che, come sottolinea De Masi, non è rispettato nei soli paesi mediterranei, dove la vita sociale organizzata fuori orario di lavoro è... meno organizzata e soprattutto l'occupazione, specie nelle categorie dirigenziali, è ancora più "al maschile").
Mauro Miserendino