Il medico di medicina generale è chiamato sempre più a fare da raccordo tra paziente, specialisti, ospedale e servizi territoriali, soprattutto nella gestione delle condizioni croniche e complesse. Ma per svolgere questa funzione servono tempo, lavoro in équipe, strumenti informatici interoperabili e una formazione adeguata. È quanto emerge da uno studio pubblicato su BMC Primary Care, realizzato nell’ambito del progetto MedicInRete, coordinato dal Dipartimento di Politiche per la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS.
La ricerca, condotta con l’Università degli Studi di Milano e la Queen Mary University of London, ha raccolto attraverso 12 interviste il punto di vista di medici in formazione nelle cure primarie. Dalle testimonianze emerge una trasformazione del lavoro del medico di famiglia: di fronte a pazienti con bisogni più complessi e a servizi frammentati, il compito non riguarda soltanto la gestione clinica, ma anche l’orientamento tra professionisti e strutture differenti.
Lo studio individua in questo contesto la funzione di “care navigator”. Anche il rapporto con i pazienti sta cambiando. La maggiore disponibilità di informazioni online e le nuove tecnologie rendono le persone più informate, ma possono favorire consultazioni più rapide e concentrate sulla singola richiesta. Al medico viene quindi attribuito anche un ruolo nell’interpretazione delle informazioni e nell’orientamento all’interno del sistema sanitario.
«Al medico di medicina generale viene chiesto sempre più di essere il punto di raccordo tra paziente, specialisti, ospedale e servizi territoriali. Ma non possiamo chiedergli di tenere insieme un sistema ancora frammentato senza metterlo nelle condizioni di farlo», spiegano Luca Marchesi, medico specializzando in Medicina di Comunità e delle Cure Primarie all’Università degli Studi di Milano, e Annette Corraro, ricercatrice del Laboratorio di Valutazione della Qualità delle Cure e dei Servizi del Mario Negri. Per svolgere concretamente la funzione di “care navigator”, aggiungono, alle nuove responsabilità devono corrispondere «formazione, strumenti, tempo e modelli organizzativi adeguati».
Tra gli ostacoli indicati dagli intervistati figurano la carenza di personale, la disponibilità limitata di infermieri territoriali, le difficoltà di comunicazione tra medicina generale e ospedale, il carico burocratico e sistemi informatici che non sempre dialogano tra loro. Alcuni partecipanti indicano inoltre l’attuale assetto contrattuale della medicina generale come possibile ostacolo allo sviluppo del lavoro in équipe e a una maggiore integrazione tra professionisti e servizi.
Tra le esperienze considerate positivamente viene citata la possibilità, già sperimentata in alcune aree dell’Emilia-Romagna, per i medici di famiglia di consultare direttamente gli specialisti ospedalieri per discutere i casi e limitare gli invii non necessari.
Lo studio richiama infine la dimensione sociale delle cure primarie. Anna De Simoni, medico e ricercatrice alla Queen Mary University of London, sottolinea la necessità di preparare i futuri medici anche a conoscere il territorio e i bisogni della popolazione, oltre alla gestione dei problemi strettamente sanitari.