Solo il 14% delle persone con Long Covid coinvolte in un’indagine internazionale dichiara di avere accesso a un servizio multidisciplinare dedicato. Il 37% riferisce invece che nel proprio territorio non esiste una struttura di questo tipo. I dati emergono dal policy paper elaborato nell’ambito del “Long COVID Policy Dialogue” promosso da OECD ed European Public Health Association (EUPHA).
Il documento si basa su un sondaggio online condotto nell’aprile 2026, al quale hanno partecipato 2.042 persone di 30 Paesi, e su focus group svolti in inglese, francese, spagnolo e romeno.
Il 68% degli intervistati dichiara di aver consultato più di cinque professionisti prima di trovare un supporto adeguato. Il 27% ha atteso oltre dodici mesi dall’esordio dei sintomi per ricevere una diagnosi formale. Il 53% assegna all’assistenza ottenuta un punteggio pari o inferiore a 2 su una scala da 1 a 5.
Secondo il policy paper, uno degli ostacoli più frequenti è il mancato riconoscimento del Long Covid da parte dei professionisti sanitari. I pazienti descrivono percorsi frammentati, con ripetuti invii da uno specialista all’altro e accertamenti standard spesso negativi. In diversi casi i sintomi sono stati attribuiti a condizioni psicologiche. Il problema viene segnalato in particolare dalle donne, soprattutto in prossimità della menopausa, e dai genitori di bambini e adolescenti.
Tra i disturbi maggiormente riportati figurano la stanchezza e il peggioramento dopo un’attività fisica o mentale, indicato nel documento come malessere post-sforzo. Questa condizione può determinare una riacutizzazione dei sintomi per giorni o settimane e richiede una gestione calibrata sulla tolleranza individuale.
Il rapporto richiama l’attenzione sulle conseguenze di programmi standardizzati di esercizio progressivo in presenza di malessere post-sforzo. Tra gli approcci considerati utili dagli intervistati figurano la pianificazione delle attività, il riposo e l’adattamento dei carichi. Si tratta tuttavia di esperienze riferite dai partecipanti e non di nuove raccomandazioni cliniche elaborate attraverso una revisione delle evidenze.
OECD ed EUPHA indicano come priorità la formazione dei professionisti sanitari, a partire dall’assistenza primaria. L’81% degli intervistati considera questo intervento estremamente urgente. Il documento propone inoltre reti multidisciplinari pubbliche e stabili, con il coinvolgimento almeno di medicina interna, riabilitazione, cardiologia e psicologia clinica. Il 78% assegna la massima urgenza anche all’aumento dei finanziamenti per la ricerca sulle cause biologiche e sui trattamenti.