Quasi la metà degli italiani ha avuto l’influenza o sintomi influenzali negli ultimi 12 mesi, con una durata media della sintomatologia di sei giorni. Nella gestione della malattia, il 49% si rivolge a un medico, prevalentemente al medico di medicina generale. Sul fronte della prevenzione, poco più del 20% dichiara di essersi vaccinato contro l’influenza nell’ultima stagione e tra gli over 60 il medico di famiglia rappresenta il principale riferimento. Sono alcuni dei dati dell’Osservatorio Salute Iqvia, presentati durante l’evento “Gli italiani e la gestione dell’influenza: prevenzione, cura e ruolo dei farmaci di automedicazione”, promosso da Assosalute-Federchimica.
I sintomi più frequenti sono stati il raffreddore, indicato dall’83%, la tosse dal 72%, dolori e malessere dal 62%, mal di testa dal 56%, febbre superiore a 38 gradi dal 46% e disturbi gastrointestinali dal 27%. I giovani hanno riportato una sintomatologia più articolata, con una maggiore frequenza di mal di testa, febbre e disturbi gastrointestinali rispetto agli over 60.
“La gestione di questi sintomi avviene per la metà dei casi in autonomia con il consiglio del farmacista – ha osservato Isabella Cecchini, direttrice Primary Market Research e responsabile del Centro Studi Iqvia. – Metà degli italiani, nel momento dell’influenza, è in grado di gestire i sintomi con il supporto e il consiglio del farmacista. L’altra metà in genere si affida al medico, prevalentemente al medico di medicina generale”.
In particolare, il medico di medicina generale, indicato dal 35%, è il principale professionista al quale gli italiani chiedono indicazioni in presenza di sintomi influenzali. Il 9% si rivolge al Pronto soccorso o alla guardia medica e il 5% allo specialista.
I farmaci di automedicazione rimangono il principale strumento per controllare i sintomi anche tra chi consulta il medico. “Trasversalmente, sia chi si affida al medico sia chi si affida al farmacista o gestisce da solo ricorre ai farmaci di automedicazione: antipiretici, antinfiammatori, pastiglie per la gola e sciroppi per la tosse sono il presidio di riferimento per la gestione dei sintomi”, ha aggiunto Cecchini.
La presenza di febbre elevata non è l’unico elemento da considerare per riconoscere l’influenza e valutare l’evoluzione della malattia. “Quello che chiamiamo comunemente ‘influenza’ comprende in realtà molte infezioni diverse”, ha spiegato Fabrizio Pregliasco, professore associato del Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario aziendale dell’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano.
“La vera influenza ha un esordio brusco, con febbre oltre i 38 gradi, almeno un sintomo respiratorio – come tosse o mal di gola – e almeno un sintomo sistemico, come i dolori muscolari o la spossatezza: quando questi elementi sono presenti insieme siamo, con buona probabilità, di fronte all’influenza vera e propria; se ne manca uno, si tratta più facilmente di una delle numerose sindromi simil-influenzali”.
Un’attenzione particolare va riservata alle persone più fragili. “Negli anziani, anche in presenza di vera influenza, la febbre può non essere particolarmente elevata, a causa di una risposta immunitaria meno pronta: per questo la soglia di attenzione deve essere più alta e vanno osservati altri segnali, come la confusione mentale, l’aumento della frequenza cardiaca o respiratoria e un peggioramento generale delle condizioni”, ha aggiunto Pregliasco.
Il virologo ha inoltre richiamato l’importanza di riservare il ricorso ai servizi di emergenza alle situazioni che lo richiedono. “Una febbre alta non è di per sé un motivo per recarsi in Pronto Soccorso, che va riservato ai reali segnali di allarme, soprattutto negli anziani e nei soggetti fragili”.
Poco più del 20% degli italiani dichiara di essersi vaccinato contro l’influenza nell’ultimo anno, con un’adesione dimezzata rispetto al 2021. La percentuale raggiunge il 38% tra gli over 60, mentre si ferma al 17% tra gli under 35.
Tra gli over 60 vaccinati, l’85% si è rivolto al medico di famiglia, il 10% a un centro vaccinale, il 4% alla farmacia e l’1% all’ospedale. Tra gli under 35 prevale invece il centro vaccinale, scelto dal 48%, seguito dal medico di base con il 32%, dalla farmacia con il 17% e dall’ospedale con il 3%.
Il confronto per genere conferma il ruolo del medico di famiglia. È stato scelto dal 64% delle donne vaccinate e dal 53% degli uomini. Tra le donne, il 24% si è rivolto a un centro vaccinale, il 9% alla farmacia e il 2% all’ospedale; tra gli uomini, le percentuali sono rispettivamente del 30%, del 14% e del 3%.
“Vaccinarsi non significa avere la certezza di non ammalarsi – ha ribadito Pregliasco. – Il valore del vaccino sta soprattutto nella riduzione delle forme gravi, delle complicanze e delle ospedalizzazioni, in particolare nei soggetti vulnerabili”.
“Quest’anno il vaccino antinfluenzale può essere co-somministrato con quello contro il Covid-19 e, per gli anziani e le persone a rischio, l’appuntamento diventa l’occasione per valutare anche altre protezioni, dallo pneumococco alle strategie contro l’RSV – ha evidenziato il virologo. – L’obiettivo è sfruttare ogni occasione utile per proteggere i più fragili, senza considerare la vaccinazione come un appuntamento isolato”.
Nei successivi 12 mesi il 30% degli italiani intende vaccinarsi contro l’influenza, rispetto al 38% rilevato nel 2022. La quota sale al 50% tra gli over 60. Il 10% prevede invece di vaccinarsi contro il Covid, a fronte del 49% del 2022, mentre il 67% non intende sottoporsi a nessuna delle due vaccinazioni.
Quanto al luogo della futura vaccinazione, il centro vaccinale è indicato dal 50% e il medico di medicina generale dal 47%. Seguono la farmacia, con il 23%, e l’ospedale, con il 13%. Le percentuali si riferiscono a una domanda che prevedeva più possibilità di risposta.