Definire con chiarezza ruoli, competenze e responsabilità nell’atto medico, distinguendo la prestazione sanitaria dalla deliberazione clinica che la precede e la orienta. È l’obiettivo del Documento Atto medico, promosso dalla Commissione interna dell’Omceo Roma e presentato a Palazzo Montecitorio, insieme al volume Etica e atto medico. Riflessioni e proposte, a cura di Francesca Gambetti.
All’incontro è intervenuto il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha richiamato l’impatto sulla pratica clinica della digitalizzazione, della medicina di precisione e dell’intelligenza artificiale. «Le tecnologie possono sostenere l’attività professionale, ma non sostituire il giudizio clinico», ha affermato.
Secondo Schillaci, il documento nasce dall’esigenza di offrire una definizione aggiornata dell’atto medico, distinguendo «la prestazione sanitaria, intesa come l’esecuzione concreta di una procedura, dalla deliberazione clinica che la precede e la orienta». È nella deliberazione, ha spiegato, che si esprimono «l’autonomia, la responsabilità e la capacità di giudizio proprie della professione», in un momento di valutazione non delegabile nel quale il medico assume la responsabilità delle proprie scelte.
Sulla definizione delle competenze è intervenuto Antonio Magi, presidente dell’Ordine provinciale di Roma dei medici chirurghi e degli odontoiatri. «In un sistema sempre più complesso e multidisciplinare, nel quale operano 32 professioni sanitarie, è fondamentale definire con chiarezza ruoli, competenze e responsabilità, senza perdere di vista la centralità della persona assistita. In altre parole stabilire chi fa cosa».
Magi ha collegato il documento anche al confronto sulla regolamentazione delle professioni sanitarie. «In Parlamento si sta discutendo su come regolamentare le professioni sanitarie e questo documento può essere un ausilio per creare un’équipe sanitaria capace di lavorare insieme in modo armonioso in funzione del paziente».
Un altro punto riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale e della telemedicina. Per Magi entrambe «vanno normate». L’IA, ha precisato, «va usata come strumento di lavoro, ma ogni decisione finale va presa dal medico o dal professionista sanitario che la userà».
Il ministro ha indicato come obiettivo quello di investire nell’innovazione e nella digitalizzazione, mantenendo «il professionista sanitario al centro dei processi decisionali e mettendo la tecnologia sempre al servizio delle persone». Schillaci ha inoltre collegato questo obiettivo alla formazione e al miglioramento delle condizioni nelle quali i medici esercitano la professione.
Sul rapporto tra tecnologia e relazione di cura è intervenuto anche Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Gli algoritmi possono esprimere con precisione l’assemblaggio dei sintomi e possono anche rivelare una diagnosi, ma non potranno mai capire il disagio di una persona e da dove la malattia nasce». Secondo Anelli, l’atto medico possiede, oltre alla dimensione clinica, «un valore relazionale, comunitario e democratico».