Con il recente caso di difterite registrato a Palermo, hanno ripreso a circolate anche le bufale sui vaccini. Tra queste, il presunto legame tra vaccino MPR – contro morbillo, parotite e rosolia – e autismo.
Negli anni numerose evidenze hanno smentito questa presunta relazione, ma con un effetto paradossale: contribuire a mantenere nel pubblico la percezione di un dubbio che, sul piano scientifico, non esiste. Ne abbiamo parlato con Susanna Esposito, professoressa ordinaria di Pediatria dell’Università di Parma, direttrice della Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e coordinatrice del Tavolo Malattie Infettive della Società Italiana di Pediatria.
La disinformazione sui vaccini affonda le sue radici negli anni Novanta. Nel 1998 Andrew Wakefield pubblicò uno studio che suggeriva un legame tra il vaccino MPR – contro morbillo, parotite e rosolia – e i disturbi dello spettro autistico. Professoressa Esposito, perché, a quasi trent’anni di distanza e nonostante una mole enorme di evidenze scientifiche contrarie, questo falso legame continua a sopravvivere?
Nessuno dei numerosi studi condotti sull’argomento ha mai confermato questa associazione. Il lavoro di Wakefield è stato successivamente sconfessato, anche per i conflitti di interesse emersi, e l’autore è stato poi radiato dall’ordine dei medici britannico.
Le evidenze mostrano inoltre che la vaccinazione non aumenta il rischio di autismo neppure nei fratelli di bambini con disturbi dello spettro autistico, considerati una popolazione a maggior rischio. Nei bambini con autismo, inoltre, non determina un peggioramento delle manifestazioni cliniche.
Tra le ipotesi più diffuse c’è quella di una correlazione temporale…
I disturbi dello spettro autistico insorgono nel secondo anno di vita: quando vengono riconosciuti precocemente, la diagnosi avviene tra il dodicesimo e il diciottesimo mese, a volte più tardi. Quindi, in bambini senza patologie di base, di fronte a una malattia a esordio sconosciuto, è stata fatta una correlazione temporale, come per l’MPR, anche per ragioni di conflitto di interesse. In altri casi, come in quello del vaccino esavalente, non è mai stata dimostrata scientificamente.
Nonostante questo, nel recente caso di decesso per difterite la bambina non era vaccinata per il timore di manifestazioni neurologiche non meglio precisate. Come spesso accade, da una notizia assolutamente falsa, pubblicata anni fa, il timore si è esteso anche alle altre vaccinazioni.
Continuare a studiare un legame già ampiamente smentito può avere l’effetto paradossale di far percepire al pubblico un dubbio scientifico che non esiste?
La criticità maggiore è trovare qualcuno che abbia interesse a fare uno studio per confermare dati già ampiamente consolidati e, soprattutto, trovare uno sponsor pubblico e indipendente che, all’interno di risorse limitate, decida di finanziare una ricerca per confermare quello che si sa già. Fare ricerca significa investire risorse, sia in termini di persone sia in termini economici.
Il recente caso di difterite ha riacceso l’attenzione sulle coperture vaccinali. In alcune aree, come Sicilia e Provincia autonoma di Bolzano, restano intorno all’86%, ben al di sotto di quelle raccomandate (superiori al 95%). Quanto pesa oggi l’esitazione vaccinale e quanto incidono invece fattori sociali e territoriali?
I fattori sociali contano molto. Nel 2017 è stata introdotta la legge sull’obbligo vaccinale per andare a scuola. Tuttavia, se per l’iscrizione è sufficiente presentare la data di un appuntamento e non vengono poi effettuati controlli, diventa difficile garantire il rispetto della legge.
Esistono poi importanti differenze territoriali. Di recente, per esempio, in Emilia-Romagna è stato riportato il caso di una bambina che, nonostante i numerosi solleciti dell’ASL, non era stata vaccinata e non aveva neppure una certificazione valida per l’esenzione. Alla famiglia è stata comminata una sanzione e la bambina, che frequentava la scuola dell’infanzia, non avrebbe potuto continuare a frequentarla in assenza della regolarizzazione prevista.
Un conto, però, è osservare casi isolati in una realtà come l’Emilia-Romagna, dove la copertura per l’esavalente supera il 95%; un altro è osservare territori in cui le coperture non raggiungono il 90%.
I vaccini sono spesso vittime del loro successo: proprio perché hanno reso rare molte malattie, oggi se ne percepisce meno il rischio. Quali sono le paure che incontra più spesso tra i genitori?
La mancanza di consapevolezza sul rischio della malattia perché non se n’è mai sentito parlare. Nel caso delle vaccinazioni di routine, spesso gli stessi pediatri danno per scontato che determinate malattie siano gravi, senza adeguate spiegazioni. Laddove osserviamo coperture vaccinali più basse, significa anche che la popolazione non è stata raggiunta da una corretta informazione sulla gravità delle malattie prevenibili attraverso i vaccini.
Alcuni timori sembrano resistere nel tempo. Per esempio, sono tornate le preoccupazioni sui sali di alluminio e sul tiomersale, ormai eliminato dai vaccini pediatrici, nonostante non siano emerse evidenze di un’associazione con autismo o altri disturbi del neurosviluppo. Hanno ancora fondamento queste paure?
I timori sul tiomersale si diffusero negli anni Novanta, quando le preoccupazioni per i possibili effetti neurotossici del mercurio presente in alcuni pesci consumati dalle donne in gravidanza furono estese anche a questo conservante, che conteneva mercurio. Per questo fu rimosso dai vaccini in via precauzionale, senza però che fosse mai stata dimostrata una correlazione con le manifestazioni neurologiche.
Per quanto riguarda i sali di alluminio, sono fondamentali in alcuni vaccini perché agiscono come adiuvanti, potenziando la risposta immunitaria agli antigeni presenti nel vaccino.
Invece separare i vaccini offrirebbe qualche vantaggio in termini di sicurezza?
Assolutamente no, significa solo rischiare di ridurre ulteriormente le coperture. Prima della messa in commercio, infatti, i vaccini vengono sperimentati nell’ambito dei calendari previsti e studiati anche in co-somministrazione con altri preparati.
Tra le paure più diffuse c’è quella di esporre un bambino molto piccolo a un carico antigenico eccessivo. In realtà, fin dalla nascita siamo continuamente esposti a un numero enorme di antigeni e non esistono evidenze che i vaccini combinati rappresentino un rischio per il sistema immunitario per questo motivo. L’esavalente e l’MPR, inoltre, sono utilizzati da molto tempo e dispongono di un’ampia letteratura scientifica che ne documenta l’assenza effetti collaterali significativi.
Qual è l’errore che si commette più spesso nel contrastare la disinformazione? E come dovrebbero comunicare i medici per costruire un dialogo efficace con un genitore esitante?
Bisogna fare una buona informazione sui rischi delle malattie infettive e sulle possibilità di prevenzione, partendo dal rischio rappresentato dalla malattia: è questo il motivo principale per cui ci si vaccina.
Per esempio, nei bambini tra sei mesi e sei anni l’influenza può comportare complicanze, ricoveri, polmoniti e sovrainfezioni che possono richiedere terapie antibiotiche. A fronte di un vaccino consolidato e offerto gratuitamente in questa fascia d’età, anche in assenza di patologie di base, il rapporto benefici-rischi è nettamente a favore della vaccinazione.
Alessandra Romano