Se un medico finisce al centro di un'inchiesta giudiziaria o di un caso mediatico, l'Ordine professionale potrebbe aver già avviato tutte le verifiche disciplinari previste dalla legge. Eppure non può comunicarlo pubblicamente. È il paradosso denunciato dal presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, che chiede a Parlamento e Governo di aprire una riflessione su una modifica normativa per consentire agli Ordini di informare i cittadini sull'attività disciplinare, senza compromettere il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza. "La domanda che puntualmente viene rivolta è sempre la stessa: 'Dov'è l'Ordine dei medici? Cosa sta facendo?'. Nella maggior parte dei casi la risposta è semplice: l'Ordine ha già fatto tutto ciò che la legge gli consente di fare. Ma non può dirlo", afferma Magi.
Secondo il presidente dell'Omceo Roma, gli Ordini professionali, in quanto enti pubblici sussidiari dello Stato, svolgono quotidianamente attività di vigilanza sul rispetto del Codice di deontologia medica, valutando le segnalazioni, ascoltando le parti e adottando, quando necessario, i provvedimenti disciplinari previsti dall'ordinamento. Tuttavia, le norme sulla protezione dei dati personali e le interpretazioni del Garante impediscono di comunicare l'avvio di un procedimento disciplinare o l'adozione di una sanzione fino alla conclusione definitiva dell'iter, compreso l'eventuale passaggio davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (Ceepss). Per Magi, questa situazione genera una distorsione nella percezione pubblica. Mentre la cronaca giudiziaria rende noti nomi di indagati, misure cautelari e sentenze non definitive, gli Ordini restano vincolati al riserbo. "Il risultato è che, mentre tutti parlano, l'unica istituzione che ha realmente il compito di vigilare sulla deontologia professionale non può spiegare ai cittadini ciò che sta facendo. Così il silenzio diventa, agli occhi dell'opinione pubblica, sinonimo di inerzia", osserva. A complicare ulteriormente il quadro sono i tempi necessari per arrivare alla conclusione definitiva dei procedimenti disciplinari, che possono protrarsi per anni. Durante questo periodo, sottolinea Magi, l'Ordine continua a essere obbligato al silenzio, mentre il "processo mediatico" si è già consumato. Da qui la richiesta di un intervento legislativo che consenta agli Ordini di comunicare, con le necessarie cautele, l'avvio di un procedimento disciplinare o l'adozione di un provvedimento non ancora definitivo.
"Nessuno propone di trasformare i procedimenti disciplinari in processi mediatici", precisa Magi. "Si chiede semplicemente che agli Ordini venga riconosciuta la possibilità di informare i cittadini nel rispetto delle garanzie e della presunzione di innocenza". Per il presidente dell'Omceo Roma, la tutela della privacy resta un principio fondamentale, ma non dovrebbe impedire agli Ordini di rendere conto del proprio operato. "La trasparenza dell'azione disciplinare non rappresenta una forma di gogna mediatica. Al contrario, è uno strumento di garanzia per la collettività e rafforza la credibilità delle istituzioni". Da qui l'appello ad aprire un confronto per trovare un nuovo equilibrio tra la tutela dei professionisti e il diritto dei cittadini a conoscere come operano le istituzioni chiamate a vigilare sulla professione medica.