Professione medica
Liste attesa
10/07/2026

Liste d'attesa, Cimo-Fesmed: rilanciare l'intramoenia per rafforzare il Ssn

Il sindacato commenta i dati dell'indagine Piepoli-FNOMCeO e propone di estendere a livello nazionale il modello lombardo della "superintramoenia".

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Rilanciare l'attività libero-professionale intramoenia (ALPI) come strumento per ampliare l'offerta assistenziale, ridurre le liste d'attesa e rendere più attrattivo il lavoro nel Servizio sanitario nazionale. È la proposta avanzata da Cimo-Fesmed dopo la presentazione, durante il convegno FNOMCeO "Il lavoro dei medici nell'Italia custodita dalla cura", dell'indagine realizzata dall'Istituto Piepoli sul rapporto degli italiani con l'intramoenia e le liste d'attesa. 

Secondo i dati richiamati dal sindacato, quando i cittadini non riescono ad accedere alle prestazioni del Ssn nei tempi previsti, il 54% si rivolge alla sanità privata, mentre solo il 9% sceglie l'attività libero-professionale intramoenia. Un ulteriore 7% rinuncia alle cure, quota che, secondo i dati Istat citati nel comunicato, si avvicina al 10%.

«Per anni l'intramoenia è stata indicata erroneamente come una delle principali cause delle liste d'attesa, ma questa indagine dimostra che i cittadini conoscono molto bene le vere criticità del sistema: la carenza di personale, le insufficienze strutturali e i problemi organizzativi», afferma Guido Quici, presidente di CIMO-FESMED. «Se non è possibile aumentare rapidamente l'offerta di prestazioni attraverso nuove assunzioni e il potenziamento delle strutture, l'ALPI può rappresentare uno strumento concreto per ampliare l'offerta assistenziale e ridurre i tempi di attesa. Allo stesso tempo, consente di rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente e costituisce un importante incentivo per trattenere i professionisti nel Ssn».

Tra le soluzioni proposte, il sindacato indica l'estensione a livello nazionale del modello della cosiddetta "superintramoenia", già sperimentato in Lombardia. «Consentire alle assicurazioni sanitarie di indirizzare i propri assistiti verso le strutture pubbliche, dove potrebbero essere visitati da medici al di fuori dell'orario di servizio, significa creare nuove opportunità professionali per i medici e generare risorse economiche da reinvestire negli ospedali pubblici. Si tratta di un modello che meriterebbe di essere esteso a livello nazionale», sostiene Quici.

Nel comunicato, Cimo-Fesmed richiama inoltre dati del Ministero della Salute, secondo i quali tra il 2015 e il 2023 il numero dei medici che svolgono attività intramoenia è diminuito del 15%. «Oggi l'ALPI è gravata da procedure burocratiche complesse e da un sistema di costi che assorbe fino al 70% di quanto versa il paziente. È quindi inevitabile che molti professionisti preferiscano esercitare nel proprio studio o nelle strutture private, dove trovano condizioni economiche più favorevoli e possono garantire ai pazienti quella continuità di rapporto che il Servizio sanitario nazionale, nelle condizioni attuali, fatica ad assicurare», conclude il presidente di Cimo-Fesmed.

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