Consumare frutta e verdura poco controllati aumenta in modo misurabile i livelli di pesticidi nelle urine delle persone. È quanto emerge da uno studio pubblicato a sull'International Journal of Hygiene and Environmental Health.
I ricercatori hanno elaborato un "punteggio di esposizione dietetica ai pesticidi" incrociando tre fonti di dati: i dati USDA sui residui di pesticidi nella frutta e verdura raccolti tra il 2013 e il 2018, i questionari alimentari e i risultati di biomonitoraggio urinario di 1.837 partecipanti al programma NHANES dei CDC, relativi al biennio 2015-2016. Il punteggio teneva conto di frequenza di rilevamento, concentrazione e tossicità di ciascun pesticida su ciascun alimento. I biomarker urinari analizzati appartenevano a tre classi principali di insetticidi: organofosfati, piretroidi e neonicotinoidi.
I partecipanti che consumavano più frequentemente alimenti con residui elevati mostravano livelli urinari di pesticidi significativamente più alti rispetto a chi si alimentava prevalentemente con prodotti a basso residuo. La relazione è risultata statisticamente robusta, ma con un'eccezione rilevante: includendo le patate nell'analisi, l'associazione si annullava, probabilmente perché le modalità di consumo delle patate (crude, bollite, fritte) rendono molto difficile stimare l'esposizione effettiva ai pesticidi.
Un dato particolarmente rilevante per la pratica clinica è la conferma che le persone sono esposte simultaneamente a miscele di pesticidi, non a singole sostanze. Gli autori segnalano che su 178 pesticidi distinti rilevati sui prodotti analizzati, solo 42 corrispondevano a biomarker monitorati nelle urine, il che suggerisce che l'esposizione reale della popolazione sia sistematicamente sottostimata dai sistemi di sorveglianza attuali.
I dati americani dello studio è tutt'altro che distante dalla realtà italiana ed europea. Il dossier "Stop pesticidi nel piatto 2025" di Legambiente, elaborato su 4.682 campioni tra frutta, ortaggi, cereali e prodotti trasformati, documenta che il 48% dei campioni da agricoltura convenzionale contiene residui di uno o più pesticidi, con il 30,6% nella categoria multiresiduo — un incremento del 14,93% rispetto all'anno precedente. La frutta è il comparto più critico, con il 75,5% dei campioni contaminati da almeno un residuo; tra i prodotti orticoli spiccano i peperoni, con solo il 30% di campioni regolari, e i pomodori.
Questo cosiddetto "effetto cocktail" non è attualmente regolamentato: sia negli USA che in Europa i limiti massimi di residui sono fissati sostanza per sostanza, senza considerare gli effetti cumulativi e sinergici di più molecole presenti sullo stesso alimento. L'assenza di un tetto normativo per l'effetto cocktail rimane la principale lacuna legislativa, nonostante sia noto che la presenza di residui multipli possa generare effetti additivi e sinergici con potenziali conseguenze per la salute.
Gli autori sottolineano con forza che i risultati non devono in alcun modo scoraggiare il consumo di frutta e verdura, il cui ruolo protettivo per la salute è solidamente dimostrato e largamente superiore ai rischi legati ai residui.
La dieta è sì un vettore di esposizione ai pesticidi nella popolazione generale, con categorie particolarmente vulnerabili, bambini, donne in gravidanza, persone con patologie immunitarie o ormonali, che meritano attenzione specifica nella consulenza alimentare. Orientare i pazienti verso prodotti biologici per gli alimenti storicamente con residui più alti (come fragole, spinaci e peperoni), favorire produzioni locali con filiere tracciabili e promuovere un corretto lavaggio degli alimenti sono indicazioni concrete che trovano ora un diretto supporto scientifico
Matteo Vian