L’avvio dell’esame alla Commissione Affari sociali della Camera della proposta di legge C.2218, primo firmatario Stefano Benigni, che interviene sull’attività, sullo stato giuridico e sul trattamento dei medici di medicina generale, suscita le prime reazioni delle organizzazioni sindacali della categoria.
Il sindacato SNAMI ha annunciato la convocazione del Comitato Centrale per analizzare il contenuto del provvedimento e valutarne gli sviluppi nel corso dell’iter parlamentare.
«L’incardinamento della proposta di legge alla Camera rappresenta l’avvio del percorso parlamentare su un tema che riguarda direttamente l’organizzazione e il ruolo dei medici di medicina generale che SNAMI aveva già contestato lo scorso anno» dichiara Angelo Testa, presidente nazionale del sindacato.
Il Comitato Centrale esaminerà il testo della proposta e approfondirà gli aspetti previsti dal provvedimento. «Alla luce di questo passaggio istituzionale abbiamo ritenuto opportuno convocare il Comitato Centrale per analizzare il testo e approfondire gli aspetti previsti dalla proposta» aggiunge Testa, sottolineando che il sindacato seguirà l’evoluzione dei lavori parlamentari.
Critica anche la posizione espressa dalla Federazione dei Medici Territoriali (FMT), secondo cui la proposta di legge non intercetterebbe i problemi reali della medicina generale.
«C’è un grande, e pericoloso, equivoco perché si continua a pensare che i medici tengano aperti gli ambulatori solo 15 ore a settimana, ma è totalmente falso» afferma Francesco Esposito, segretario nazionale FMT. «Il vero rapporto lavorativo è quello di un’ora di lavoro ogni 37,5 pazienti e l’impegno di un medico di famiglia supera quindi abbondantemente le 40 ore settimanali».
Secondo la federazione, prima di ipotizzare nuovi modelli organizzativi – come la presenza nelle Case della comunità – sarebbe necessario riconoscere il carico di lavoro effettivo dei medici di famiglia e riorganizzare il sistema in modo coerente.
FMT sottolinea inoltre che i rapporti di lavoro dei medici di medicina generale sono regolati dall’Accordo collettivo nazionale (ACN) e che eventuali interventi legislativi dovrebbero tener conto della natura convenzionata della professione.
«I medici di medicina generale non sono dipendenti e non possono diventare surrettiziamente subordinati senza tutele e diritti» afferma Esposito, che invita a concentrare il confronto su altri nodi della professione, come la formazione, le tutele lavorative e il sistema di remunerazione.