“I segnali spesso non sono eclatanti, ma ci sono: una paziente sistematicamente accompagnata, uno sguardo che sfugge, risposte esitanti, un atteggiamento insicuro, oltre a tutti gli aspetti clinici”, avverte Camilla Mandatori, medico di medicina generale della SIMG. Alla vigilia del 25 novembre, la Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie rilancia il ruolo strategico degli ambulatori nel riconoscere la violenza sulle donne quando è ancora sommersa, prima che si trasformi in un episodio acuto e prima che arrivi nei Pronto soccorso. Secondo l’Osservatorio Nazionale Non Una di Meno, dall’inizio del 2025 sono almeno 78 i femminicidi, uno ogni tre giorni. Ma la SIMG richiama l’attenzione su ciò che accade prima: la violenza che si sviluppa in ambito domestico, difficilmente denunciata, e che spesso lascia tracce proprio nel contesto in cui le donne si rivolgono con più facilità: l’ambulatorio del medico di famiglia.
Mandatori descrive un insieme di indicatori che richiedono attenzione: oltre alle dinamiche relazionali – la presenza costante del partner che parla al posto della donna, la difficoltà nel mantenere il contatto visivo, l’insicurezza – ci sono i segnali clinici. Contusioni o fratture spiegate in modo poco coerente, ematomi in diverse fasi di guarigione, sintomi ricorrenti come cefalee, dolori addominali, capogiri o senso di soffocamento senza una chiara causa organica. Anche insonnia, abuso di psicofarmaci, depressione e tono dell’umore instabile possono essere campanelli d’allarme. “Un singolo elemento non fa diagnosi – precisa – ma la convergenza di più segnali impone il sospetto, e questo può cambiare la traiettoria della vita di una donna”. Un ruolo che, secondo Alessandro Rossi, presidente SIMG, richiede formazione costante e nuove competenze: “I medici di famiglia devono imparare a chiedere di più, con competenza e cautela. La crescente presenza femminile nella professione favorisce un clima di fiducia, ma la leva decisiva resta la formazione: saper riconoscere gli indicatori, condurre la conversazione, conoscere i percorsi territoriali e collaborare con centri antiviolenza, consultori e servizi sociali. Dobbiamo pensare l’ambulatorio come uno spazio sicuro, dove una donna possa sentirsi ascoltata e accompagnata verso protezione e sostegno”.
Un impegno che coinvolge anche il mondo della cultura. Alla recente iniziativa “La voce delle ferite”, organizzata all’Università Marconi di Roma dalla Fondazione Artemisia ETS, l’attrice Maria Grazia Cucinotta, presidente dell’associazione Vite senza Paura Onlus, ha ribadito quanto il medico di famiglia possa essere un punto di emersione precoce: “Il medico di famiglia può individuare subito un episodio di violenza. Le donne dovrebbero denunciare in qualsiasi contesto e l’ambulatorio del MMG è un luogo a cui potrebbero certamente rivolgersi. Il problema, spesso, è la paura, che porta a chiudersi e a sentirsi sole”. Il tema sarà centrale anche al 42° Congresso nazionale SIMG, dal 27 al 29 novembre alla Fortezza da Basso di Firenze, con oltre 4mila medici presenti, sessioni scientifiche, rappresentanti delle istituzioni e dell’OMS, e nuove iniziative formative come la SIMG Academy, il SIMG Lab Village e il Case Lab.