Con la sentenza 26923/2025, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la responsabilità di un’azienda sanitaria per il decesso di un anestesista colpito da infarto dopo quasi 16 ore consecutive di lavoro. Una decisione che ribalta quanto stabilito in primo e secondo grado e che rimette al centro il tema, quanto mai attuale, della sicurezza dei turni in ospedale. Il caso risale all’agosto 2007, quando il medico, in servizio in un presidio ospedaliero di Palermo, restò al lavoro dall’inizio del pomeriggio fino alla mattina successiva, fra interventi d’urgenza e assistenza post-operatoria, senza pause né possibilità di recupero. Alle prime ore del giorno fu colto da un malore fatale proprio nella struttura dove operava. Già allora era stato riconosciuto l’infortunio come evento legato al servizio, ma in sede civile non era stata individuata una responsabilità diretta dell’azienda per l’organizzazione del lavoro.
La Cassazione ha invece stabilito che quel turno non poteva essere valutato come un episodio isolato. Secondo i giudici, il medico era stato più volte impegnato in orari prolungati e ben oltre i limiti previsti dal contratto dei dirigenti medici. Uno stress ripetuto e cumulativo, che aveva reso il contesto lavorativo potenzialmente pericoloso per la salute del professionista. Da qui la conclusione: il datore di lavoro avrebbe dovuto dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie a prevenire un rischio che era chiaramente presente. Il sindacato Ugl Salute parla di “vittoria di civiltà”, sottolineando come la tutela della salute di chi cura sia parte integrante della sicurezza dei pazienti. “Non si può più morire di lavoro, tantomeno in corsia”, dichiara il segretario nazionale Gianluca Giuliano, che invita aziende e Regioni a garantire organici adeguati e una reale prevenzione dello stress lavoro-correlato.
"Da anni - afferma in una nota - denunciamo l'insostenibilità dei turni massacranti che gravano pesantemente su medici, infermieri e operatori sanitari, costretti a sopperire a croniche carenze di organico e a un'organizzazione del lavoro che troppo spesso ignora i limiti umani e professionali. Questa sentenza sancisce un principio fondamentale: una volta accertato il nesso tra stress lavorativo e danno alla salute, è il datore di lavoro a dover dimostrare di aver adottato tutte le misure preventive, come previsto dall'articolo 2087 del Codice civile. Non si può più morire di lavoro, tantomeno in corsia - ammonisce Giuliano - La sicurezza dei pazienti passa anche dalla tutela della salute di chi li cura. È ora che le aziende sanitarie e le Regioni si assumano la responsabilità di garantire turni sostenibili, organici adeguati e una reale prevenzione dello stress lavoro-correlato". La sentenza apre ora la strada a un nuovo giudizio in Appello, che dovrà quantificare l’effettiva responsabilità dell’azienda sanitaria.