Il Tar della Lombardia ha annullato la delibera regionale che, a partire da novembre 2024, aveva introdotto una procedura semplificata per il riconoscimento delle specializzazioni mediche conseguite all’estero, con l’obiettivo di facilitare l’ingaggio di medici stranieri per far fronte alla carenza di specialisti.
Accogliendo i ricorsi presentati dall’Ordine dei medici di Milano e dalla Fnomceo, i giudici amministrativi hanno stabilito che la Regione ha “ecceduto i limiti della deroga nazionale”, introducendo una disciplina che in sostanza sostituiva i controlli sostanziali sulle competenze con verifiche meramente documentali.
La delibera lombarda prevedeva, tra l’altro, che anni generici di esperienza in ospedali esteri potessero compensare la mancanza di corrispondenza con i percorsi formativi italiani, e che l’iscrizione a un Ordine professionale potesse essere surrogata da dichiarazioni consolari. Per il Tar, questa impostazione “oblitera la verifica sostanziale delle competenze” e non è compatibile con l’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale.
“Il Tar ci ha dato ragione: la scorciatoia della Regione non poteva reggere”, commenta Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano. “Si tratta di una vittoria importante, perché difende la qualità della professione e, soprattutto, la sicurezza dei cittadini. Alcuni titoli esteri possono risultare opachi e difficili da valutare: riconoscerli in modo disinvolto rischia di minare la credibilità dell’intero sistema sanitario”.
Andrea Senna, presidente della Commissione Albo odontoiatri di Milano, sottolinea come la decisione sia positiva anche per il settore odontoiatrico, “dove il problema dei titoli esteri era altrettanto rilevante”.
La sentenza non comporta la perdita del posto per i medici stranieri già in servizio: la Regione, in attesa della decisione, aveva infatti sospeso l’applicazione della delibera. Resta in vigore la cornice normativa nazionale che consente l’ingresso temporaneo di professionisti formati all’estero fino al 31 dicembre 2027, ma solo attraverso procedure definite a livello statale e non con percorsi regionali autonomi.
“Il messaggio che arriva da questa pronuncia – conclude Rossi – è chiaro: non servono soluzioni affrettate, ma controlli rigorosi e percorsi condivisi, nell’interesse della professione e dei cittadini”.