Le domande presentate dai giovani laureati in Medicina per accedere al concorso di Formazione specifica in Medicina generale hanno registrato un incremento significativo: oltre 4mila candidature, quasi il doppio rispetto alle poco più di 2mila dell’anno precedente. Dopo anni di allarme sulle carenze nella medicina di base, arriva un segnale di possibile inversione di tendenza. Un dato che potrebbe contribuire ad arginare il deficit di camici bianchi: secondo la Fondazione Gimbe, solo nel 2025 mancheranno all’appello oltre 5.500 medici di famiglia.
Parallelamente, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di riforma delle professioni sanitarie, che introduce importanti novità anche per la medicina generale, tra cui la revisione dei percorsi formativi e l’istituzione di una Scuola di specializzazione dedicata. Eppure, dall’interno della categoria, prevale la cautela. “Non è tutto oro quello che luccica – avverte Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario della Fimmg –. Non sarei così trionfalista: temo che molti si siano iscritti più per l’incertezza del lavoro che per vera vocazione. La questione centrale resta la motivazione, e molti colleghi purtroppo l’hanno persa”. Per Bartoletti, la sfida principale non è solo numerica, ma culturale e professionale: “Abbiamo bisogno di medici della persona, capaci di seguire i pazienti in maniera personalizzata. Questo non si realizza automaticamente con le Case di comunità, che rischiano di confondere strumenti e obiettivi. La vera appropriatezza prescrittiva si raggiunge conoscendo a fondo i bisogni dei pazienti, un compito che il medico di famiglia svolge da sempre”.
Il dirigente Fimmg porta esempi concreti: “Ogni giorno 30 milioni di persone in Europa assumono antinfiammatori, spesso senza essere consapevoli dei danni renali. Lo stesso accade con l’uso incontrollato di integratori. Chi si prende cura di questi pazienti? Chi li segue davvero se non il loro medico di base?”. Un ruolo, quello del medico di famiglia, che secondo Bartoletti resta ancora sottovalutato nell’immaginario collettivo: “Per alcuni è solo chi scrive certificati e ricette, per altri un professionista privilegiato. Ma tra gli anziani, che vivono la relazione diretta con il proprio dottore, prevale un giudizio diverso: ‘il mio medico è bravo’. Ecco, dobbiamo ripartire da qui, dalla capacità di stare accanto alle persone e personalizzare le cure”.