Professione medica
Aggressioni
22/07/2025

Pronto soccorso, la Toscana sperimenta il “facilitatore” per ridurre le aggressioni

La Toscana introduce nei principali presidi ospedalieri la figura del facilitatore, un operatore non sanitario incaricato di contenere le tensioni nelle sale d’attesa

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Contrastare le aggressioni al personale sanitario migliorando la comunicazione nei pronto soccorso: è questo l’obiettivo del progetto sperimentale approvato dalla Regione Toscana, che introduce nei principali presidi ospedalieri la figura del facilitatore, un operatore non sanitario incaricato di contenere le tensioni nelle sale d’attesa e favorire un clima relazionale più stabile tra utenti e personale.

La misura, proposta dall’assessore al Diritto alla salute Simone Bezzini e approvata dalla Giunta regionale, prevede un finanziamento di 1 milione e 430mila euro e una durata di un anno. Il facilitatore sarà una figura formata alla gestione dei conflitti e dotata di competenze comunicative, con il compito di fornire informazioni aggiornate su tempi di attesa e organizzazione interna, intercettare situazioni critiche e trasmettere rassicurazioni ai familiari dei pazienti.

“Si tratta di un progetto con un duplice scopo – spiegano il presidente Eugenio Giani e l’assessore Bezzini –: ridurre l’ansia nelle aree di attesa e, di conseguenza, limitare i casi in cui le emozioni sfociano in comportamenti violenti”.

Tre ospedali – Careggi a Firenze, Santo Stefano a Prato e le strutture pisane – avranno facilitatori presenti h24. In altri dodici pronto soccorso con elevato volume di accessi, il servizio sarà attivo per dodici ore al giorno. Nei presidi turistici sarà garantita una presenza part-time, con copertura estesa nei mesi estivi. Una cabina di regia regionale coordinerà la selezione e la formazione degli operatori, monitorando lo sviluppo del progetto.

L’intervento della Toscana si inserisce in un quadro nazionale segnato da un’escalation di violenze nei confronti degli operatori sanitari. A ricordarlo è il sindacato Coina, che sottolinea come ogni anno si contino oltre 150mila episodi di aggressione solo ai danni degli infermieri, tra denunce ufficiali e sommerso.

“Le bodycam e i pulsanti di allerta non bastano – dichiara il segretario nazionale Marco Ceccarelli –. Non servono soluzioni d’immagine, ma un piano straordinario di assunzioni, il rilancio della sanità territoriale e riforme strutturali. I pronto soccorso sono sovraffollati, il personale è insufficiente e lasciato spesso solo, soprattutto nei turni notturni”.

Secondo il sindacato, il fenomeno non è riconducibile a casi isolati, ma è il risultato di un sistema in sofferenza. “Una microcamera non ferma l’aggressione, la registra – aggiunge Ceccarelli –. Chi aggredisce spesso è in stato alterato. Occorre prevenire, non documentare”.

Per Coina, la sicurezza dei professionisti non può prescindere da un’organizzazione adeguata e dalla presenza di personale sufficiente: “Se vogliamo ridurre la tensione nei pronto soccorso, dobbiamo ridurre l’attesa e riportare risorse nei distretti e negli ambulatori. Il tempo delle toppe è finito”.

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