Le commissioni Giustizia e Sanità del Senato hanno approvato il disegno di legge sul fine vita come testo base, aprendo ufficialmente l’iter parlamentare. Il provvedimento, sostenuto dai partiti di maggioranza e respinto da tutte le opposizioni, sarà in Aula il 17 luglio. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato alle ore 11 dell’8 luglio.
Il disegno di legge interviene a sei anni dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, che aveva sollecitato una disciplina chiara sul tema. Il testo definisce le condizioni di non punibilità per l’aiuto al suicidio medicalmente assistito, integrando le quattro previste dalla Consulta – patologia irreversibile, sofferenze insopportabili, capacità di intendere e volere, mantenimento in vita con trattamenti – con una quinta condizione: l’inserimento della persona in un percorso di cure palliative.
Tra gli elementi più contestati vi è l’articolo che esclude il Servizio sanitario nazionale da qualsiasi coinvolgimento nella procedura. Il personale sanitario, le strutture e i farmaci del Ssn «non possono essere impiegati al fine della agevolazione del proposito di fine vita». Una scelta in netta contrapposizione con quanto stabilito dalla Regione Toscana, che ha già legiferato sul tema.
Il ddl prevede inoltre l’istituzione di un Comitato nazionale di valutazione, composto da sette esperti (giurista, bioeticista, anestesista-rianimatore, palliativista, psichiatra, psicologo, infermiere), nominati dal presidente del Consiglio. Il comitato avrà 60 giorni per valutare le richieste, prorogabili di ulteriori 30 in casi complessi. In caso di diniego, l’utente potrà ripresentare domanda dopo 180 giorni, anziché quattro anni come previsto in precedenza.
Critico il commento della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici. «La Corte ha ribadito il principio di non creare discriminazioni nel fine vita», ha dichiarato Filippo Anelli, presidente della Federazione. «Chi prende una decisione così delicata deve poterlo fare nel rispetto della propria dignità, indipendentemente dalle disponibilità economiche. Il Ssn, con tutte le sue fragilità, resta il presidio che garantisce equità e tutela della persona. Escluderlo significa negare questi principi».