Un primo passo per rimettere al centro il personale del Servizio sanitario nazionale e trovare una strategia condivisa per garantirne la sostenibilità. È con questo obiettivo che si è svolto a Roma il primo incontro tra la Conferenza delle Regioni e le sigle sindacali della sanità. Al centro del confronto, il documento approvato dalle Regioni lo scorso 17 aprile, inviato al Governo e ai sindacati, con proposte su fabbisogni, qualità del lavoro e attrattività del sistema pubblico.
“Serve responsabilità da parte politica e sindacale: la sanità va trasformata per rispondere a una società che cambia”, ha detto il presidente della Conferenza Massimiliano Fedriga. Il presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità Marco Alparone ha parlato di “trasparenza e atti di indirizzo consapevoli”, mentre Massimo Fabi, coordinatore della Commissione Salute, ha chiesto di rilanciare il riconoscimento sociale delle professioni sanitarie per trattenerle nel pubblico.
I sindacati, dal canto loro, chiedono fatti. La Federazione CIMO-FESMED ha chiesto di creare condizioni perché “i giovani medici e infermieri restino in Italia”, invece di puntare sul reclutamento dall’estero. Secondo Fp Cgil, la riunione è stata “un segnale positivo dopo il silenzio del Governo”, ma ora serve un decreto urgente per aumentare il Fondo sanitario e sbloccare i salari. Proposta anche l’apertura di tre tavoli tematici su comparto, dirigenza e riordino delle professioni.
Più critico il giudizio di Nursing Up: “Il documento è solo un punto di partenza, servono correttivi immediati e un tavolo permanente”. Tra le richieste: stipendi allineati alla media OCSE, nuove regole su carriera e accesso all’alta qualificazione, maggiore tutela per chi opera in zone disagiate e una cabina di regia permanente con monitoraggi semestrali su stipendi, burnout e demansionamenti. Nessun passo indietro, avvertono gli infermieri, sulle competenze professionali: “Ogni riforma dovrà essere condivisa e non penalizzare chi è già in prima linea”.