Nel Lazio mancano almeno 500 medici di famiglia, di cui 300 solo a Roma. A denunciarlo è la Fimmg regionale (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) nel corso del Congresso appena concluso a Roma. Secondo il sindacato, l’ultima delibera regionale per l’individuazione delle zone carenti risale ad agosto 2024 e indicava appena cinque posti per la Capitale. Da allora, nessun aggiornamento.
La conseguenza è che oltre 300mila cittadini romani e 500mila in tutta la regione sono senza medico di base. “I cittadini sono costretti a sceglierne uno a chilometri di distanza, viene negato il diritto di scelta e cancellata la prossimità, tratti essenziali della medicina territoriale”, afferma la Fimmg.
Le aree più colpite a Roma sono Dragona, Trullo, Torrenova, Tor Bella Monaca e Torre Angela, ma la situazione è ancora più critica nei comuni della provincia e nelle altre province del Lazio. Le aziende sanitarie, denuncia la Fimmg, sono costrette a ricorrere a soluzioni temporanee come incarichi a medici in pensione o aumenti del massimale pazienti per i professionisti in attività. “È una situazione ai limiti della legalità”, sottolineano i rappresentanti sindacali.
Il sindacato chiede l’immediata pubblicazione delle zone carenti e l’apertura del tavolo regionale per l’accordo integrativo, già avviato in molte altre regioni. “Non c’è più tempo da perdere”, afferma la Fimmg, “la tutela dei pazienti e dei giovani medici deve venire prima delle battaglie ideologiche”.
Intervenendo al Congresso Francesco Vaia, già direttore dello Spallanzani e oggi componente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ha sottolineato come “per abbattere le liste d’attesa serve dare più responsabilità ai medici di famiglia, non mortificare la categoria con l’idea della dipendenza”.
“L’esperienza del Covid ha dimostrato l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale. Le Uscar sono state un esempio concreto di collaborazione ospedale-territorio. Invece di valorizzare quell’esperienza, le Regioni hanno scelto di smantellarla senza alcuna riflessione”, ha detto Vaia.
Secondo Vaia, se quel modello fosse stato potenziato, oggi il Lazio disporrebbe di una rete territoriale moderna e già operativa, in grado di rispondere ai nuovi bisogni assistenziali di una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche. “La dipendenza non risolve nulla, aumenta la spesa ma non produce miglioramenti”, ha aggiunto.