Professione medica
Medici di famiglia
29/04/2025

Medici di famiglia, Cricelli (Simg): pensione a 73 anni misura tampone

In un sistema sanitario sotto pressione, l’ex presidente Simg avverte: “Servono scelte politiche chiare e un nuovo modello organizzativo

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“Un pannicello caldo”, “una misura emergenziale”, “non risolutiva”. Così Claudio Cricelli, presidente emerito della Società Italiana di Medicina Generale (Simg), commenta l’innalzamento dell’età pensionabile dei medici di famiglia a 73 anni, contenuto nell’emendamento al decreto-legge 14 marzo 2025 n.25 approvato dalla Camera e ora al vaglio del Senato. Una misura, osserva, che cerca di arginare la cronica carenza di medici nel Servizio sanitario nazionale (SSN), ma che rischia di rivelarsi inefficace nei numeri e nei risultati.

Secondo le stime, tra il 2025 e il 2027 circa 7.300 medici di medicina generale raggiungeranno l’attuale limite dei 70 anni. Con la nuova norma, si introduce la possibilità – su base volontaria – di restare in servizio fino ai 73 anni, con l’intento di tamponare la cosiddetta "gobba pensionistica". Tuttavia, come avverte Cricelli, l’effetto sarà limitato: “Non è detto che i medici scelgano di rimanere in attività. Percepiamo oggi che la maggioranza punta, comunque, a ritirarsi a 70 anni. La misura resta legata a scelte individuali, e dunque il suo impatto sarà inevitabilmente modesto”. C'è poi il nodo pensionistico: "Chi prolunga l'attività lavorativa deve sapere se ciò comporterà un adeguato aumento dell’assegno pensionistico. Ma questo punto resta ancora indefinito", sottolinea l’esperto. Secondo Cricelli, il vero problema è a monte: “È mancata negli anni una corretta politica di programmazione. Ora si ricorre a soluzioni d’emergenza, ma in futuro – con la stabilizzazione dei pensionamenti e la diminuzione della popolazione – il numero dei medici tornerà ad essere più coerente con il fabbisogno”.

Nel frattempo, continua a infiammare il dibattito la proposta di riforma della medicina generale che ipotizza il passaggio dei medici di famiglia da liberi professionisti convenzionati a dipendenti del SSN. Una trasformazione radicale, sostenuta da alcune Regioni ma su cui il Governo Meloni mostra segnali di frenata. Il confronto si sta giocando su più piani, tra visioni diverse di efficienza e prossimità delle cure. La Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg) si è già schierata con fermezza contro l’ipotesi, paventando il rischio di un collasso dell’assistenza territoriale e di una progressiva privatizzazione del sistema. Cricelli, da parte sua, pur non entrando direttamente nel conflitto politico, invita alla cautela: “Non ci sono ancora proposte definite. Ma attenzione: il problema non è il tipo di contratto. La dipendenza o meno dal SSN non è il nodo centrale. I problemi non si risolvono semplicemente modificando l’inquadramento giuridico dei medici”. Quello che serve, secondo l’ex presidente della Simg, è “una nuova organizzazione fondata su risorse mirate e su un modello che assicuri la medicina di prossimità”. Un punto, questo, che mette in discussione anche il ruolo attribuito alle Case di Comunità: “Non possono essere l’unica soluzione. Non garantiscono una cura capillare e immediata sul territorio come invece fanno gli studi dei medici di famiglia. Le Case possono diventare ‘hub’ per prestazioni evolute, ma devono integrarsi con la rete degli studi medici, non sostituirla”. In attesa che il Senato si esprima sul decreto e che la riforma della medicina generale prenda forma, resta l’incertezza. Cricelli, però, è chiaro: serve una vera scelta politica. “Solo allora – conclude – potrà partire una trattativa seria. Ma dobbiamo partire da un principio: la prossimità non si improvvisa e non si costruisce con formule amministrative. Serve visione, ascolto e pianificazione”.

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