La riforma della medicina territoriale non può limitarsi a ridefinire lo status giuridico del medico di medicina generale (Mmg), ma deve partire da un modello chiaro di assistenza da offrire ai cittadini. È quanto affermano le donne medico dirigenti del Sindacato Medici Italiani (SMI), che avanzano proposte concrete per garantire una riforma sostenibile e compatibile con le esigenze dei professionisti.
Secondo le rappresentanti SMI, il modello assistenziale deve essere ben definito prima di stabilire le regole contrattuali per i medici. Se si intende mantenere un servizio capillare basato sul rapporto fiduciario tra medico e paziente – come previsto dalla legge 833/78 – è necessario preservare il ruolo libero-professionale convenzionato del Mmg.
Se invece si opta per un sistema basato sulle Case di Comunità, il medico non può più essere considerato il riferimento personale del paziente, ma un professionista inserito in una struttura che eroga servizi a un’utenza indistinta, come accade negli ospedali. In questo caso, il medico dovrebbe essere inquadrato con contratto a ore, come gli specialisti ambulatoriali, garantendo tutele come ferie, malattia e maternità.
Le dirigenti SMI respingono l’ipotesi avanzata dalla Regione Lazio, che vorrebbe trasformare tutti i medici di famiglia in dipendenti per poterli assegnare dove necessario. “Prima di imporre questo modello, si dovrebbe trovare una soluzione per i 3.500 studi medici territoriali, perché un medico dipendente non metterà a disposizione il proprio ambulatorio privato senza garanzie adeguate”, spiegano.
Bocciata anche la proposta di Forza Italia di suddividere l’orario dei Mmg tra 20 ore in studio e 18 ore nelle Case di Comunità, una soluzione giudicata insostenibile.
Per incentivare le adesioni, il sindacato aveva proposto:
• Possibilità di part-time, riducendo il numero di scelte e ore lavorate.
• Riconoscimento dello straordinario oltre le 38 ore settimanali.
Proposte rimaste inascoltate, mentre il governo tenta di imporre il cambiamento attraverso decreti legge.
Il sindacato avanza soluzioni pratiche per una riforma equilibrata:
1. Bandi di assunzione per le Case di Comunità, con contratti a ore e tutele analoghe a quelle degli specialisti ambulatoriali.
2. Modifica dell’art. 8 della legge 592/92, per riassorbire nei distretti sanitari i medici dei servizi con contratti a ore.
3. Doppio incarico per i Mmg, permettendo loro di affiancare l’attività libero-professionale con un secondo impiego a ore nelle Case di Comunità, in modalità part-time.
“Non possiamo continuare a lavorare 45-60 ore a settimana, senza ferie e riposo. Le condizioni attuali sono insostenibili”, denunciano le professioniste dello SMI, citando il caso della collega Ilaria Rossiello, 34 anni, specializzata in medicina generale, che ha rassegnato le dimissioni a causa dello stress insostenibile della professione.
Le donne medico dello SMI chiedono di essere ascoltate, sottolineando che il 70% dell’assistenza sanitaria in Italia è erogata da professioniste. “Serve pragmatismo e soluzioni reali. Non si può cambiare la medicina generale senza il contributo di chi la vive ogni giorno”, concludono.