«La nuova convenzione dei medici di famiglia deve essere firmata entro l’avvio a regime del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Se nel 2026 il sole sorgesse sulle Case di Comunità in presenza di modelli di medicina territoriale diversi da una regione all’altra la frammentazione nell’assistenza ai cittadini sarebbe irreversibile». Così Francesco Esposito segretario della Federazione Medici Territoriali – FMT si rivolge al comitato di settore delle regioni. Chiede l’emanazione dell’atto di indirizzo e l’avvio della trattativa con la Sisac per l’accordo 2022-24. Lo fa da Roma, dove nella sede Enpam FMT a congresso ha confermato i vertici uscenti. Accanto ad Esposito, già leader di Fismu federata con Uil Medici, presidente sarà Antonio Magi che è anche segretario del Sindacato dei medici specialisti ambulatoriali del Sumai, Tesoriere Organizzativo sarà Vincenzo Morante (Sumai), mentre i Vicesegretari Nazionali saranno: Roberto Colantonio (Simet), Ildo Antonio Fania (Sumai), Anna Rita Ecca (Fismu), Francesco Falsetti (Umi-Unione Medici Italiani), Roberto Bonfili (Uil). Importante il ruolo di garanzia di Magi, presidente Omceo Roma, che non parteciperà al tavolo per i medici di famiglia ma avrà un ruolo di raccordo. Per Esposito, il nuovo accordo nazionale deve anche guardare a 118, medicina dei servizi e penitenziaria. Il congresso si svolge mentre in gran parte delle regioni stanno arrivando gli arretrati ai medici convenzionati. Più rapidi di altre volte. «Certo, alcune regioni hanno pagato ed altre no. Ma non sembrano esserci problemi tecnici. Entro luglio tutti dovrebbero ricevere i fondi, calcolati fino ad aprile 2024. Altra cosa sarà la percezione degli aumenti previsti dall’accordo nazionale, che scattano alla conclusione degli accordi regionali, ai quali è vincolato il 70% della quota capitaria. Qui siamo un po’ più indietro, ad esempio in Calabria l’accordo è pronto, mentre con altre giunte, anche “virtuose”, la trattativa è in alto mare», dice Esposito. E prosegue: «Le regioni hanno tempo 90 giorni dal 4 aprile, data della firma della convenzione nazionale, e spero che entro settembre tutte le intese siano in dirittura».
Il vero problema per Esposito è l’atto d’indirizzo. «Il Presidente del comitato di settore Marco Alparone (Lombardia) ci aveva promesso un rapido avvio delle trattative, entro giugno, quando firmammo con Sisac. Avremmo avuto tempo per declinare al meglio i compiti del medico di medicina generale nella casa e nell’ospedale di comunità che devono partire nel 2026. Ma le regioni sono ferme, la promessa non è mantenuta. E cresce il dubbio che qualcuna, in tempo di autonomia, punti su accordi fai-da-te o stia chiedendo competenze in materia di contratti in sanità. Un preludio al disfacimento dell’assistenza unitaria del servizio sanitario». Esposito sottolinea come l’atto di indirizzo sia sollecitato pure dai sindacati maggioritari come Fimmg e Sumai. Ed esprime due ordini di preoccupazioni: il primo riguarda il futuro del medico, il secondo il diritto alla salute. «A congresso ne hanno parlato rispettivamente Antonio Viscomi, Università Magna Grecia di Catanzaro, e Stefania Buoso, docente Università di Ferrara. Partiamo dal ruolo giuridico, il nostro sta per trasformarsi da libero professionale a parasubordinato. Nelle nuove strutture non saremo noi a decidere come organizzare la nostra attività, almeno nelle ore in cui opereremo per il distretto in casa di comunità. Ma a quel punto perché pur subordinati dovremmo tollerare gli svantaggi della libera professione (niente ferie né malattia)? Noi chiediamo si apra una riflessione sul contratto unico che porti con sé la specializzazione in medicina generale per l’accesso al Servizio sanitario ed una sola convenzione per medici di famiglia, pediatri, specialisti. La nostra presenza in un’aggregazione numerosa come l’AFT dovrebbe aprire alla contrattazione di forme certe di ristoro psicofisico ed altre previsioni di welfare: oggi per la malattia breve non abbiamo chi ci sostituisca, i giovani vedono come dobbiamo lavorare (qualcuno ci chiede di operare persino nell’emergenza, nelle ambulanze, e non è il nostro lavoro) e la professione non è appetita».
Infine, l’autonomia: venti contratti diversi cancelleranno il medico di famiglia del Ssn? «Le regioni rese autonome avranno nuove risorse e potranno offrire contratti più appetibili portando via personale alle altre, ma questo è solo un aspetto. In genere si parla delle risorse che le regioni tratterrebbero in casa loro dal gettito dei residenti, ma si dimentica che sono regioni popolose, 19 milioni di italiani in tutto. E se la Lombardia per la sua sanità, finiti i trasferimenti dallo Stato, aumentasse di mezzo punto percentuale l’Irpef, disponendo di 400 miliardi di Prodotto interno lordo, muoverebbe 2 miliardi. Una cifra impensabile per qualsiasi regione di un Sud che già oggi non è in grado di erogare i livelli essenziali di assistenza ai cittadini. Se, come pare succederà, in sanità il calcolo delle destinazioni per ogni regione avverrà sulla base della spesa storica, la stessa che si è accompagnata a penalizzazioni per i residenti del Sud, siamo sulla strada sbagliata. Noi come FMT diciamo no a un’autonomia che crei confusioni ed ampli i divari tra ricchi e poveri».