Arriva un nuovo ricorso contro le misure della Regione Lombardia per arginare le lunghe attese dei residenti per esami e visite specialistiche nel Servizio sanitario. Dopo la vittoria al Tar della Uil-Fpl contro l’overbooking (la prenotazione di un appuntamento in più in agenda ogni “tot”, sulla base della presunzione che qualche paziente non si presenterà) previsto dalla delibera XII/511, è la volta di un altro ricorso. Nel mirino stavolta è la delibera XII/2224 del 24 aprile scorso che taglia i tempi di attesa per esami e visite specialistiche e stanzia 61 milioni per garantire oltre 7 milioni di prestazioni in più entro dicembre. Il problema è che le prestazioni in più si ottengono non solo estendendo gli orari negli ambulatori pubblici e privati convenzionati ma anche riducendo il tempo di visita. I radiologi del sindacato Snr bocciano i nuovi “tempari” ristretti. La delibera dell’Assessorato presieduto da Guido Bertolaso prevede 20’ per un’eco addome completa e per una prima visita cardiologica o ginecologica; 30 minuti per una risonanza del cervello anche se eseguita con mezzo di contrasto; 15 minuti per un eco color doppler dei tronchi sovraortici sia se l’esame si esegue a riposo che dopo prova fisica o farmacologica. La Regione afferma di essersi basata sui tempi più frequenti di esecuzione rilevati presso gli enti pubblici. Ma per chi queste prestazioni le effettua si tratta di una riduzione arbitraria che non garantisce la qualità degli esami diagnostici.
«Hanno eseguito dei tagli lineari senza tenere conto delle linee guida delle società scientifiche, che però fanno testo in caso di danno al paziente e di contenzioso per la responsabilità del sanitario», spiega Giulio Argalia, Segretario Nazionale Snr. «E lo hanno fatto senza parlare con noi, che pure avevamo chiesto un confronto. In questo modo hanno investito un campo riservato alla contrattazione collettiva nazionale andando oltre i vincoli normativi. Ma c’è di più. La delibera non tiene conto delle indicazioni del “Modello di appropriatezza prestazionale quali-quantitativa in diagnostica per immagini” approvato a dicembre 2022 dalla Società Italiana Radiologia Medica e Interventistica-Sirm. È il documento al quale si attengono i medici radiologi per erogare prestazioni qualitativamente adeguate, e che dettaglia i tempi minimi per garantire la qualità diagnostica di ogni singolo esame del Servizio sanitario». E qui veniamo al un ulteriore punto di doglianza: «Le prestazioni interessate dai “tempari” dice Argalia sono quelle ricomprese nei livelli essenziali di assistenza, che vanno garantite a tutti i cittadini italiani. Se in Lombardia non si offrono ai pazienti tempi in linea con il resto d’Italia, in nome di una deregulation che ha per obiettivo un aumento di quantità delle prestazioni, si mette a rischio la qualità della diagnosi e delle cure. Ma né Regione Lombardia né altre possono decidere come si fanno gli esami senza tenere conto che esiste un Servizio sanitario nazionale che ha dato a tutti gli italiani il diritto a fruire delle prestazioni ricomprese nei LEA senza intoppi, diminuzioni, tagli».
Nel ricorso, patrocinato dagli avvocati Erika Rossano ed Antonella Villani, si legge tra l’altro che la minor durata della prestazione, influendo su qualità ed appropriatezza delle cure, incide “sui diritti fondamentali della persona paziente" (articoli 2 e 32 della Costituzione) e sulle responsabilità anche civilistiche degli esercenti le professioni sanitarie”. Argalia sottolinea come la riduzione degli orari finalizzata all’aumento delle prestazioni non sia una soluzione né un palliativo. «Il tempario crea problemi nel presente e in prospettiva. Il vero problema è a monte, sta nell’appropriatezza della prescrizione. Il 30% degli esami che un radiologo effettua nella sua attività oggi in genere non serve. Ma se si aumentano gli esami erogati, l’offerta come spiegava Kenneth Galbraith, l’economista di John Kennedy fatalmente aumenta la domanda. E cresce l’attesa di esami spesso inutili. Questo circolo vizioso si interrompe prescrivendo gli esami giusti, anziché velocizzare l’esecuzione di esami sbagliati».
In audizione in senato, per la conversione del decreto-legge anti-attese, la Federazione delle aziende ospedaliere Fiaso ha chiesto che per conferire maggior appropriatezza, oltre al codice ICD9 su ogni accertamento, alle richieste di indagini radiologiche sia abbinato il codice Rao (Raggruppamenti attesa omogenea). «La proposta va nel senso giusto, anche se va approfondita. Consentirebbe di dare tempistiche diverse per accesso alle prestazioni specifiche ambulatoriali sulla base di indicazioni cliniche che il medico di famiglia concorda con lo specialista. Si ragionerebbe in termini di pacchetti di esami per patologia, andando verso una maggiore appropriatezza e ciò consentirebbe di salvaguardare i Lea. Attualmente, invece, le liste d’attesa non ci segnalano la reale entità dello stato di salute della popolazione. Limare il tempo di una Tac magari a scapito della lettura attenta dei referti precedenti? crea danno sia al medico, sia al paziente, sia al servizio sanitario che continua a inseguire un obiettivo sovradimensionato. Questo contenzioso, che credo abbiamo buoni motivi per vincere, aiuterà a fare chiarezza».