Rinforzare la medicina del territorio puntando sui medici di famiglia, i soli in grado di recepire l’innovazione clinica restando vicini ai bisogni dei pazienti e in particolare di anziani e cronici. È la priorità per il Servizio sanitario indicata dal presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure primarie Alessandro Rossi. All’incontro dal titolo “Simg: l’evoluzione della medicina generale tra tecnologia, risorse, medicina di iniziativa, lavoro in team e ricerca”, Rossi ha presentato al Ministro della Salute i dati di un recente studio Usa: ad ogni 10 medici di famiglia in più per 100 mila abitanti sono associati 51 giorni di vita in più dei pazienti, contro i 19 giorni abbinati ai medici specialisti. In Italia, i medici di famiglia dal 2015 a oggi sono diminuiti (da 48000 a 39000) e la prospettiva da qui al 2050 è di un ulteriore depauperamento, spiega Rossi nella sua relazione. La categoria va rivitalizzata con personale amministrativo e infermieristico, strumentazione diagnostica di primo livello, connettività con gli altri attori del Ssn. Serve anche la definizione di un target delle cure primarie. Ma per arrivare all’obiettivo ci si deve incontrare con le istituzioni su tre punti: primo, la programmazione della sanità pubblica potrà avvalersi di dati provenienti dai database prodotti dalla professione; secondo, i medici di famiglia devono assurgere a manager della presa in carico della cronicità; terzo, ci vuole una specializzazione in medicina generale alla pari di altre discipline, con un core curriculum ed un iter formativo pre e post laurea. «I tre argomenti sono collegati tra loro», spiega Rossi a Doctor 33. «La medicina generale è da tempo in grado di produrre dati. Ora intende farlo in modo più evoluto, allo scopo di profilare la salute degli italiani e di favorire la programmazione degli interventi, nel rispetto delle regole europee sulla riservatezza dei dati. Sull’uso dei dati che noi potremmo mettere a disposizione del Paese, ci ha dato ampia disponibilità Americo Cicchetti, DG della programmazione del Ministero della Salute (protagonista in apertura dei lavori con il presidente emerito SIMG Claudio Cricelli). Dalla profilazione si partirebbe per programmare gli interventi di presa in carico delle cronicità, sulla base di un modello di stratificazione dei pazienti al quale SIMG sta lavorando. Tale modello si fonda non su proiezioni matematiche o per singole patologie, ma su indicatori multidimensionali che richiamano le complessità del mondo reale, dove prevalgono i pazienti con più patologie croniche, che necessitano di una valutazione multidimensionale (VMD) e dove si usano indicatori di vulnerabilità sviluppati dalla nostra disciplina come, ad esempio, il frailty index». Rossi al Ministero ha parlato di una strategia condivisa con i sindacati e supportata dalla telemedicina. Ma ha presentato un’ulteriore richiesta: «Si riconosca la specializzazione in Medicina Generale, con uno specifico insegnamento all’università (pre-laurea) ed una scuola post-laurea, e con relative risorse da mettere sul piatto, per dare veste ad una formazione di qualità per professionisti chiamati a crescenti responsabilità».
Oltre a far fronte alle cronicità, la professione deve poter offrire diagnosi in studio e telemedicina. Che a loro volta devono essere traguardi sostenibili per il professionista. Lo pensa il Ministero della Salute: Maria Rosaria Campitiello, Capo della Segreteria Tecnica, nel rilanciare un pieno coinvolgimento della SIMG nelle attività di programmazione, ha proposto un documento dove si sottolinea che tecnologia e telemedicina non dovranno comunque snaturare il ruolo del medico, e la sua missione di continuare a dare risposte ai cittadini. Di gruppo o singoli, la capillarità degli studi dovrebbe essere un elemento della partita. All’evento romano il presidente Enpam Alberto Oliveti ha rilanciato il ruolo delle case di comunità-spoke, evoluzione delle aggregazioni di medici con sedi ad hoc messe a disposizione da un Fondo. Per Rossi, un dato resta fermo: «Lo studio del medico “single” appartiene al passato. Ora il nostro lavoro è in team, multiprofessionale, con infermieri nostri e del distretto, colleghi specialisti. Dotati di diagnostica e telemedicina, i nostri non potranno che essere studi di un certo profilo, con qualche dovuta eccezione (le zone isolate). In questo senso la proposta Enpam di Case della Comunità spoke ci pare un’opportunità da seguire con attenzione. Certo, occorre valutare compatibilità finanziarie, modalità del supporto, attese e trend della professione. Ma dobbiamo guardare al futuro senza precluderci soluzioni».