Professione medica
Medici di famiglia
10/05/2024

Medici di famiglia, in Gran Bretagna in pochi anni dalle carenze alla pletora. Il confronto con l’Italia

La legge per riconoscere i physician associate non c’è ancora, ma le conseguenze sì: disoccupazione tra i giovani medici, adattamento a paghe orarie inferiori, medici sostituti che mettono insieme lo stipendio girando tutta l’Inghilterra in treno

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Si aggrava la crisi occupazionale per i giovani medici di famiglia nel Regno Unito. Trovare posto, anche solo per sostituzioni, è diventato molto difficile. Se fino a cinque anni fa almeno tre quarti delle practice – cioè gli studi dei general practitioners – in un ambito distrettuale facevano inserzioni nell’arco dell’anno, e il 37-40% degli studi aveva un sostituto ingaggiato a tempo pieno, adesso le ricerche di personale medico sono drasticamente diminuite. Si era creato, gli anni scorsi, un fiorente “mercato” dei sostituti. Non tutti e 37.400 i medici titolari in studi convenzionati sono a tempo pieno, e i locum doctors (sostituti) erano ricercati, al punto che solo una parte era disponibile per le chiamate. Su 18 mila abilitati poco meno di un terzo era occupato, od occupabile in brevissimo tempo, tra Inghilterra, Scozia e Galles. Poi, con il Covid, non solo sono aumentate le incombenze, ma sono avvenuti due fatti epocali. Il primo richiama in parte l’Italia: i medici giovani tendono a non possedere lo studio e a non associarsi, chiedono di essere stipendiati dalla practice convenzionata, che è spesso una società (non solo di uno o più professionisti ma anche di capitali). Il secondo fatto invece non ha nulla di italiano: per deburocratizzare il lavoro dei GPs si fa sempre più ricorso, accanto a infermiere e collaboratore, alla figura del physician associate che, laureato in discipline scientifiche e previo corso biennale di formazione alle linee guida, fa un primo screening dei bisogni del paziente e cerca di soddisfare in prima battuta le sue richieste, in studio come per telefono. Risultato? «La domanda di medici è diminuita – racconta Marco Nardelli, medico di famiglia a Roma e conoscitore di differenze e similitudini tra sistemi sanitari italiano e britannico – non c’è più bisogno né di assumere giovani colleghi (ognuno a tempo pieno come salariato porterebbe a casa l’equivalente di 7 mila euro netti al mese) né di chiedere sostituzioni. La richiesta di ore lavorative professionali è crollata. Il physician associate costa molto meno, e per di più il National Health Service rimborsa allo studio l’80% della spesa per salario e contributi».

Attenzione: la legge per riconoscere i physician associate non c’è ancora, ma le conseguenze della rivoluzione sì: disoccupazione tra i giovani medici, adattamento a paghe orarie inferiori, medici sostituti che mettono insieme lo stipendio girando tutta l’Inghilterra in treno per effettuare ore in località distanti tra loro. «Molti giovani colleghi prendono la valigia e vanno a lavorare in Canada e Australia. La crisi è così grande che a qualcuno sono arrivato a spiegare come funziona il nostro lavoro in Italia, dove sono tornato ad esercitare dopo anni di operatività in una practice a Londra», racconta Marco Nardelli, medico di famiglia a Roma e conoscitore di differenze e similitudini tra sistemi sanitari italiano e britannico. «In realtà qui i laureati Oltremanica non verrebbero volentieri. Noi portiamo a casa molto meno, e poi c’è la questione delle graduatorie, del sistema intricato delle gazzette ufficiali, dei tempi morti. Servirebbe un sistema più snello. C’è poi lo scoglio della lingua, molto diversa». La crisi occupazionale è grave nelle aree del Nord dell’Inghilterra: Cumbria, Lancashire. «È grave ovunque vi siano molti candidati locali a coprire carenze, un po’ come nelle grandi aree urbane del nostro Centro-Sud, e si rischia di non accedere facilmente a un posto fisso. A Londra si trova di più, ma le tariffe orarie per le sostituzioni iniziano ad essere meno dei 100 euro lordi l’ora di qualche anno fa».

Della situazione britannica colpisce il passaggio repentino da una situazione di carenza di medici di famiglia ad una di pletora. Un monito per il nostro governo che mira a laureare sempre più medici (quest’anno avremo 20 mila posti nelle Facoltà) «Nel Regno Unito abbiamo assistito gli anni scorsi, quando i medici erano pochi, a importanti task shifting. Le loro associazioni di categoria che avevano correttamente accettato travasi di competenze a favore di “nurse” e figure tecniche, non hanno fatto muro al momento in cui il NHS ha introdotto i physician associate. Questi ultimi ora possono interagire con i pazienti mentre i medici neolaureati non sono abilitati (in UK per essere anche solo sostituti bisogna infatti avere la specializzazione in medicina generale). I colleghi italiani quando sentono questo si sentono autorizzati a tuonare contro il task shifting, ma verso infermieri ed altre figure sanitarie, a contatto con il paziente, credo si tratti di un processo inevitabile. Che va comunque guidato dal medico. La professione deve chiedere tavoli, rifiutare proposte deleterie per i pazienti, ma anche ragionare in termini di équipe. Se continuiamo a patire carenze come le attuali, un decreto o una legge potrebbe imporre travasi di competenze. In UK, adesso la British Medical Association sta chiedendo al governo che ai medici titolari sia consentito di utilizzare parte degli sgravi per assumere colleghi medici. È un po’ tardi, ma non è difficile spiegare che di un medico in studio c’è sempre bisogno. È vero che molte richieste dell’utenza sono banali ma nessuna o quasi lo è a priori».

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