Professione medica
Medici stranieri
03/04/2024

Sanitari extra Ue, in arrivo nuovi iter regionale per riconoscere i titoli. Ecco i possibili rischi

La disposizione sul riconoscimento delle qualifiche conseguite all’estero è in fase di approvazione alla Conferenza Stato-Regioni. Il decreto attualizza le leggi nate per fronteggiare il Covid-19

donna medico

Medici, infermieri, tecnici sanitari. Ma anche dentisti, chimici, farmacisti, biologi, psicologi, veterinari, tutti formati fuori dall’Unione Europea. A loro si rivolge la disposizione in materia di riconoscimento delle qualifiche conseguite all’estero in fase di approvazione alla conferenza stato-regioni. Il decreto attualizza le leggi nate per fronteggiare il Covid-19 in carenza di personale sanitario. Nel 2020, il decreto Cura-Italia consentì che i professionisti formati fuori dall’Unione Europea, anziché attendere l’ok del ministero della Salute come avveniva da 20 anni, fossero direttamente ingaggiati, anche da strutture pubbliche, sulla base di requisiti dichiarati equipollenti nel loro paese. La procedura precedente imponeva di sostenere un esame di lingua italiana all’ordine ed un eventuale mini-corso compensativo in caso di lacune didattiche nella formazione estera. Ma dal 2020 è arrivato un iter rapido per esercitare. Molte assunzioni, a partita Iva o con contratto a termine, sono state fatte con procedura rapida in deroga: è saltato il riconoscimento del ministero, ed è rimasto il solo test di italiano per iscriversi all’ordine. Nel 2023, il decreto legge 34 ha prolungato a tutto il 2025 questo regime straordinario. Il nuovo atto della conferenza stato regioni dispone in ogni regione l’adozione di elenchi speciali straordinari di professionisti stranieri assunti dopo il 2020, ordine per ordine, e crea un nuovo controllo preventivo, istituendo commissioni integrate da un rappresentante ordinistico, con composizione distinta per ciascuna professione. Dette commissioni inseriranno a fine controllo il professionista straniero negli elenchi straordinari. Per l’ok, oltre alla conoscenza della lingua italiana attestata dall’ordine, servono un titolo di studio con qualifica equipollente e l’attestato di corrispondenza dell’eventuale specialità posseduta da parte dell’ambasciata o del consolato italiano nel paese di provenienza; e servono i “good standings”, attestati di onorabilità che informano dell’inesistenza di procedimenti penali in capo al richiedente. Serve anche il permesso di soggiorno o il visto.

L’intesa non si applica nelle regioni che hanno concluso accordi in chiave anti-carenze con gli stati di origine dei medici e degli infermieri assunti come la Calabria con Cuba. In ogni caso ci sarebbero dei punti poco chiari, e dubbi tra gli stessi professionisti esteri. «Grazie al Decreto Cura Italia, oltre 5 mila assunzioni di medici, infermieri, farmacisti e fisioterapisti stranieri hanno scongiurato tra gennaio 2023 ed oggi le chiusure di 1700 tra reparti ospedalieri, ambulatori, centri di analisi, centri di fisioterapia, studi di medici di famiglia, guardia medica e in Rsa e cliniche private. Se il nuovo iter passa, si rischia un crollo elle assunzioni, temo ne avremmo 20 l’anno», dice Foad Aodi presidente di AMSI (Associazione Medici stranieri in Italia) e del Movimento Uniti per Unire. «Questo per motivi pratici, dall’attesa per l’istituzione delle commissioni (le avremo anche interregionali?) all’organizzazione delle sessioni, dalle valutazioni dei differenti casi personali alle verifiche delle equipollenze con criteri da ancora definire. Stiamo parlando di inserire in elenco straordinario colleghi che già adesso lavorano! Noi siamo i primi favorevoli ad una immigrazione selezionata, dove si valutano con cura i titoli di studio. Ma qui si rischia di sfavorire i nuovi ingressi». E non a vantaggio dei professionisti italiani. Ci fosse una massa di richieste di colleghi italiani in cerca di lavoro da tutelare, le posizioni di certe associazioni sarebbero comprensibili. Ma non c’è! In compenso, chi insinua nell’opinione pubblica dubbi sulla preparazione dei professionisti stranieri – e se ne leggono di dichiarazioni sugli operatori sanitari stranieri, prenda i cubani assunti in Calabria e gli argentini in Sicilia – crea sfiducia dei professionisti verso la sanità italiana ove operano. Riscontriamo nel 2023-inizio 2024 un aumento, anche del 30-35%, di casi di discriminazione: ad esempio, utenti chiedono al medico se è davvero iscritto all’ordine. Situazioni avvilenti che riguardano pure colleghi presenti in Italia da tanto tempo, che hanno ricevuto il riconoscimento del Ministero con il vecchio criterio, magari dopo anni, test e sacrifici».

Come membro Registro esperti Fnomceo (ordinista a Roma dal 2002) e docente all’Università di Tor Vergata, Aodi chiede collaborazione al mondo delle Professioni sanitarie. E alle istituzioni. «Al Ministro Schillaci abbiamo proposto che accanto al nuovo iter di riconoscimento titoli regionalizzato si mantenga il riconoscimento a cura del Ministero della Salute esistente dal 1999 per mantenere operative strutture che altrimenti chiuderebbero. Tra l’altro – aggiunge– gli accordi tra regioni e stati esteri hanno snellito i tempi per disporre di personale in strutture svuotate, avvicinando l’Italia ai tempi snelli di altri paesi europei e del Golfo. L’iter più diffuso è che, depositata la richiesta all’autorità competente, questa risponda nel giro di una settimana e in caso affermativo ammetta il medico ad un colloquio o ad un esame. In media ci sono 3 mesi per apprendere la lingua e dimostrarlo ma intanto si inizia a conoscere i luoghi di lavoro. È giusto che i colleghi stranieri imparino la nostra lingua e le norme, ma la politica ha il dovere di snellire le pratiche. E deve capire che ci guadagna se proroga il Decreto Cura Italia oltre la scadenza del 31 dicembre 2025 ed elimina l’obbligo della cittadinanza per sostenere i concorsi per entrare nel Servizio sanitario nazionale».

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