
L'esposizione aiPFAS, sostanze perfluoroalchiliche ampiamente utilizzate da oltre 60 anni, viene conservata a livello molecolare sia in diversi tessuti che in diverse specie, con effetti cancerogeni e conseguenze negative sulla fertilità, sulla risposta immunitaria e sull'accumulo di lipidi.
Questi i risultati di un'analisi comparativa,
pubblicata sulla rivista Toxics, realizzata da studiosi dell'Università di Bologna e dell'Università di Padova che ha confermato come gli effetti dell'esposizione ai PFAS vengono conservati a livello molecolare sia in diversi tessuti e produce conseguenze sia nell'uomo che in altri animali.
L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) fa rientrare all'interno dei PFAS 4.730 diverse molecole, rendendo questo gruppo la più estesa famiglia di inquinanti emergenti.
A causa della loro alta stabilità molecolare, questi materiali possono entrare nell'ecosistema acquatico e risalire la catena alimentare fino agli esseri umani. Tracce di queste sostanze sono state individuate nel latte materno, nella placenta, nel siero, nel liquido seminale e nei capelli.
Nonostante le conseguenze negative dei PFAS per la salute umana messe in luce da diversi studi, fino ad oggi non era stata realizzata un'analisi complessiva di tutti i dati raccolti sul tema. Gli studiosi hanno quindi raccolto 2.144 campioni di sette diverse specie animali per esaminare le risposte a livello molecolare dell'esposizione ai PFAS.
I risultati ottenuti confermano una serie di effetti negativi sulla salute prodotti dall'esposizione ai PFAS, in particolare si è vista una forte regressione del metabolismo e del trasporto dei lipidi e di altri processi correlati allo sviluppo ovarico e al funzionamento fisiologico del sistema riproduttivo femminile. Tutti elementi che possono spiegare gli effetti dannosi dei PFAS sulla fertilità e sullo sviluppo fetale.
I dati raccolti mostrano inoltre che l'esposizione ai PFAS produce una sovraregolazione del gene ID1, coinvolto nello sviluppo di vari tipi di cancro, tra cui leucemia, cancro al seno e al pancreas. I dati epidemiologici suggeriscono inoltre che un'elevata esposizione a questi materiali possa aumentare significativamente la mortalità di individui affetti da neoplasie maligne dei tessuti linfatici ed ematopoietici.
Lo studio sembra, inoltre, confermare l'effetto tossico dei PFAS sul sistema immunitario. I ricercatori hanno infatti messo in luce il meccanismo che potrebbe spiegare l'indebolimento delle reazioni immunitarie, della produzione di anticorpi e delle risposte alle vaccinazioni, osservato in particolare nei bambini esposti ai PFAS durante il periodo prenatale e postnatale. L'esposizione ai PFAS aumenta anche la concentrazione nel siero dei marcatori di stress infiammatorio e ossidativo e favorisce così lo sviluppo di malattie sistemiche, come il danno epatico e le malattie cardiovascolari, tra cui l'aterosclerosi e gli eventi tromboembolici.
Attraverso l'analisi bioinformatica dei dati e grazie ai recenti sviluppi nel data mining dell'espressione genica, gli studiosi sono inoltre riusciti ad analizzare ulteriormente le possibili conseguenze dell'esposizione ai PFAS attraverso la previsione dei loro effetti sul metaboloma (l'insieme di tutte le piccole molecole presenti in una cellula coinvolte nei processi dell'organismo). In particolare, è emerso che le molecole di PFAS sono collegate a un aumento dei livelli di diversi tipi di lipidi: un'evidenza che conferma come l'esposizione a queste sostanze aumenti la concentrazione di trigliceridi e colesterolo nel sangue.
"Dalla nostra analisi abbiamo identificato e riportato diversi geni che mostrano una risposta trascrizionale coerente ed evolutivamente conservata ai PFAS", dice Federico Manuel Giorgi, professore al Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell'Università di Bologna, che ha coordinato lo studio. "Il nostro obiettivo - continua - era evidenziare gli effetti molecolari indotti dai PFAS non solo al livello dei singoli geni, ma anche su varie vie molecolari e tipologie cellulari".
"Riteniamo che i risultati ottenuti possano offrire una nuova prospettiva sulle risposte molecolari all'esposizione ai PFAS e ci auguriamo che possano fornire le basi per lo sviluppo di strategie di mitigazione degli effetti dannosi di queste sostanze" conclude il ricercatore.