
Un'indagine condotta su quasi 300mila persone del Galles ha evidenziato che chi ha ricevuto il vaccino contro l'Herpes zoster, il virus che causa il cosiddetto "fuoco di Sant'Antonio", avrebbe minori probabilità di andare incontro a demenza. Lo studio, che non è stato sottoposto ancora a peer review, è stato pubblicato anticipatamente sul sito MedRxiv ed è stato coordinato da Pascal Geldsetzer della Stanford University, in California (USA).
Secondo gli autori, le cause alla base della demenza sono ancora ampiamente sconosciute e la comunità scientifica manca di efficaci metodi di prevenzione e di terapie farmacologiche. Tuttavia, c'è un crescente interesse verso l'ipotesi che agenti infettivi abbiano un ruolo nello sviluppo della demenza e l'herpesvirus, in questo senso, ha attirato particolarmente l'attenzione.
Gli herpesvirus umani di tipo 6 e 7, infatti, sono stati trovati nei campioni di tessuto post mortem delle persone con malattia di Alzheimer e alcuni ricercatori hanno ipotizzato che HSV-1, accoppiato al gene APOE4, aumenti in modo notevole il rischio di malattia di Alzheimer.
I ricercatori hanno valutato 282.541 adulti del Galles, questo perché in questa regione del Regno Unito, la possibilità di ricevere o meno il vaccino contro il virus H. zoster dipende dalla data di nascita: tutte le persone nate prima del 2 settembre 1933 non ricevono in nessun caso il vaccino, mentre quelle nate il 2 settembre 1933 o dopo possono ricevere la vaccinazione. Per lo studio, il team ha usato informazioni su assistenza primaria e secondaria e certificati di norte.
Geldsetzere colleghi hanno evidenziato, prima di tutto, che la percentuale di adulti che riceveva il vaccino passava dallo 0,01%, tra chi era nato una settimana dopo il 2 settembre del 1933, al 47,2%, tra chi era nato più in là. Ricevere il vaccino contro l'Herpes zoster, secondo quanto evidenziato dagli autori, ridurrebbe la probabilità di una nuova diagnosi di demenza in sette anni del 3,5% (IC 95%; 0,6 - 7,1; p =0,019).
Dal momento che il fuoco di Sant'Antonio è più comune tra le donne che tra gli uomini, e visto che la patogenesi della demenza può differire in base al sesso, i ricercatori hanno guardato alle differenze tra i sottogruppi, evidenziando che l'effetto del vaccino rispetto a ricevere una nuova diagnosi di demenza era più ampio tra le donne che tra gli uomini. In particolare, inoltre, l'effetto protettivo era significativamente più forte rispetto alla malattia di Alzheimer, ma non verso la demenza vascolare.
Sabina Mastrangelo