
Che nel 2022 si debba parlare ancora di gender gap nel mondo del lavoro è demoralizzante, che la disparità colpisca soprattutto le mamme è ancora più grave. Secondo un nuovo rapporto congiunto dell'Organizzazione internazionale del lavoro e dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), le donne che lavorano nella sanità guadagnano fino al 24% in meno dei colleghi uomini, a parità di mansione. Il report rileva un divario retributivo di genere grezzo di circa 20 punti percentuali che sale a 24 punti percentuali se si considerano fattori come età, istruzione e orario di lavoro. Questo evidenzia «che le donne sono sottopagate per le loro caratteristiche nel mercato del lavoro rispetto agli uomini». Gran parte del divario salariale viene definito «inspiegabile» dagli esperti, forse attribuibile a discriminazioni nei confronti delle donne, che rappresentano però il 67% degli operatori sanitari e assistenziali in tutto il mondo.
Il dato ancora più allarmante è che le madri che lavorano nel settore sanitario e assistenziale sembrano subire ulteriori penalizzazioni. Basti pensare che in Italia il 75% delle attività di cura dei figli è nelle mani delle donne e questo si traduce in una forte diseguaglianza sul mercato del lavoro. Nel bilancio di genere, secondo i dati Istat, nel nostro Paese se sei una donna in età fertile, ovvero tra i 25 e i 49 anni e non hai figli, il tasso occupazionale è altissimo, al 73,9%. Se ne hai uno al di sotto i sei anni scende di venti punti, al 53,9% e se, nelle stesse condizioni, vivi al Sud, la percentuale crolla al 35%. Secondo il report, infatti, durante gli anni riproduttivi di una donna, il divario retributivo aumenta in modo significativo. Queste lacune poi persistono per il resto della vita lavorativa. Il rapporto osserva che una condivisione più equa dei doveri familiari tra uomini e donne potrebbe, in molti casi, portare le donne a fare scelte professionali diverse. Il rapporto rileva inoltre che i salari nel settore sanitario tendono ad essere complessivamente inferiori rispetto ad altri settori economici. E questo dato è coerente con la constatazione che i salari sono spesso più bassi nei settori economici in cui le donne sono predominanti. Nonostante la pandemia di Covid e il ruolo cruciale svolto dagli operatori sanitari e assistenziali, si sono registrati solo miglioramenti marginali nella parità retributiva tra il 2019 e il 2020.
«Non ci sarà una ripresa inclusiva, resiliente e sostenibile senza un settore sanitario e assistenziale più forte. E non possiamo avere servizi sanitari e assistenziali di migliore qualità senza condizioni di lavoro migliori e più eque, anche nei salari, per gli operatori sanitari la maggior parte dei quali sono donne», commenta
Manuela Tomei, Direttore del Dipartimento per le condizioni di lavoro e l'uguaglianza dell'Organizzazione internazionale del lavoro. «È giunto il momento di un'azione politica decisiva». Le donne, aggiunge
Jim Campbell, che all'Oms è direttore del settore Forza lavoro sanitaria, «costituiscono la maggior parte dei lavoratori» in quest'area, ma «in troppi Paesi i pregiudizi si traducono in sanzioni salariali contro di loro». Una mentalità che neanche la pandemia, che ha messo in evidenza l'importanza delle professioni sanitarie, è riuscita a scalfire. Ecco perché il report chiede a gran voce che i «governi, datori di lavoro e lavoratori» intraprendano «un'azione efficace. Diverse storie di successo mostrano la strada: aumenti salariali e l'impegno politico a pagare l'equità».
Anna Capasso