Politica e Sanità

set252015

Fondazione Gimbe: misure appropriatezza burocratiche e tardive, molti italiani già usciti da Ssn

Potrebbero essere usciti dal servizio sanitario in questi anni di crisi più italiani di quanti era necessario per rimettere i conti della sanità in sesto. La ricerca Censis-Rmb salute rivela che nel 2014, su 22 milioni che hanno effettuato una prestazione specialistica, ben 5,5, un quarto, l'hanno pagata per intero, ma se aggiungiamo i 4,5 milioni che hanno rinunciato sono 26,5 milioni le prestazioni che il Ssn doveva coprire mentre ne ha coperte 16,5 al lordo del ticket. Mancano all'appello 10 milioni di esami e visite specialistici. Il paradosso è che solo ora, dopo quattro anni di manovre finanziarie e 35 miliardi lasciati per strada dal Fondo sanitario - il ministro della Salute e regioni si accingono a fare i tagli per salvare le sole prestazioni appropriate. «E' tardi discutere ora di appropriatezza, peraltro in maniera burocratica», sottolinea Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione Gimbe, che ha l'obiettivo di favorire le migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni che riguardano la salute delle persone. «Bisognava far crescere la cultura dell'appropriatezza in tempi di vacche grasse, quando ci sarebbe stato molto da salvare tra i servizi utili e da tagliare tra gli inutili. Per fare un esempio siamo il primo paese al mondo per numero di apparecchi Rmn e tra i primi per le attese di una Rmn, vuol dire che l'offerta di servizi alimenta la domanda e allunga le liste d'attesa. Aumentare la cultura dei medici e dei cittadini per l'appropriatezza ci avrebbe avvantaggiati».
«Quanto all'indagine e quindi all'entità del danno subito dai cittadini - continua Cartabellotta - bisognerebbe valutare intanto quali prestazioni sono venute a mancare, se ci sono stati tagli lineari su tutto o se il dato riportato da Censis-Rbm è relativo alle sole prestazioni specialistiche. In realtà, ci sono regioni che hanno lavorato sugli sprechi e altre che hanno tagliato in modo lineare.  Queste ultime, specie al Centro Sud di fronte ai piani di rientro hanno sacrificato pure servizi importanti. Bisognerebbe poi verificare se i dieci milioni di italiani "scoperti" siano conseguenza del mancato finanziamento o di politiche che hanno portato per alcune prestazioni il ticket a valori più alti degli importi complessivi versati dal paziente al privato. In tempi di crisi, sostengono in molti, chi sta meglio dovrebbe dare di più e secondo tale lettura diventa fisiologico che il più ricco rinunci a ottenere prestazioni nel servizio pubblico e ne sostenga i costi nel privato, magari con l'intermediazione di assicurazioni o fondi integrativi. Ciò nulla toglie al rischio sotteso dal taglio di 3,3 miliardi ventilato per il 2016 sul Fondo sanitario». «Dalle manovre di Monti - conclude Cartabellotta - il Ssn ha perso 30 miliardi di euro per i sacrifici chiesti dalla spending review e sicuramente altri 4,6 come mancato incremento previsto dal  del Patto per la Salute. Adesso sono a rischio anche i 3,3 miliardi previsti per il 2016, fatto che porterebbe necessariamente a una revisione al ribasso del Patto per la salute».
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